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LA DANZA NON E’ PER ME

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L’ho vista ballare la taranta. Chi l’ha vista con me ne conosce il nome e il cognome, sa in quale occasione, dove e perché. Ora però questi dettagli non hanno importanza, a parte la gratitudine per chi ha organizzato l’evento che mi ha permesso di conoscerla. Il contesto era la storia (indiretta) di un ballo tradizionale che probabilmente ha origine nei baccanali e confina con la sfrenatezza degli antichi riti dionisiaci, ma che ha anche molto a che fare con gli esiti turbolenti della puntura del ragno tarantola.
Si dice che la visione di un corpo femminile possa generare attrazione non solo negli uomini ma anche nelle donne etero. Forse era il tipo di ballo che questa danzatrice stava mettendo in scena, forse la potenza ancestrale di quel ballo, collegato appunto con estasi e danze catartiche, forse era la connessione col mondo animale attraverso il ricordo di punture velenose, forse il pensiero che ogni veleno può anche curare, fatto sta che, grazie a questa esibizione, ho riconosciuto la grazia e la furia fuse insieme. E come se fosse la prima volta. Certamente la prima volta, per me, dopo tanto tempo. Qualcosa di simile alla passione amorosa? O a un “ribollente” invasamento mistico? Leggerezza floreale ed energia barricadera, austera come Penelope e radiosa come Beatrice, a metà fra la nudità pesante del suolo e l’innocenza dell’aria, Claudia Ugenti ha inscenato per pochi istanti la gloria sempre offesa del corpo femminile: libera da lacci, grata alla vita, avvolta da colori fiammeggianti e bellissima, mi ha ricordato che è solo la grevità della terra a permetterci di staccarci verso il cielo.
Io da bambina ballavo, ballavo tantissimo, ma solo con la fantasia. A ballare davvero non ho mai osato provare. Evidentemente il mio corpo sapeva di per sé, complice un innocente difetto congenito (che invano mia madre tentò di correggere per anni, infliggendomi plantari e scarpe ortopediche) che la sola danza concessami dalla natura era appunto quella degli altri: da ammirare e da applaudire. E infatti ho sempre ammirato: prima le mie amiche, poi la figlia e le sue amiche, gli spettacoli, le primedonne, i corpi di ballo. Mai nessuna invidia, come invece per esempio invidio quelle con le gambe lunghe e il seno prosperoso. Ammiro, come ammiro Marte dalla Terra: un brillare lontano e perfetto, che non mi riguarda ma nello stesso tempo mi consola. La danza non è per il mio corpo e per questo mi è necessaria, ricordandomi quell’eterno desiderio di volare che è così umano e così terrestre.

 

10 maggio 2026

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