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LA PIETA’ DEGLI UOMINI

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Ci sono sempre due soldati che non lo lasciano mai solo. Così mi raccontavano, quando ero bambina. Era uno sconosciuto, uno senza nome. Uno per tutti. Per tutti quelli morti per l’Italia in tutte le guerre, dalla Grande Guerra in poi. Solo per lui, e insieme per tutti gli altri, anche quelli morti prima di lui, per fare l’Italia, fu costruito il grande monumento nel centro di Roma che celebra platealmente quei sacrifici.

Non troppo amato nella capitale; a volte anche bonariamente preso in giro, l’Altare della Patria o Vittoriano (fu completato quando regnava Vittorio Emanuele II) si è meritato negli anni i più svariati soprannomi: “macchina per scrivere”,  “torta nuziale”, “lavandino dannunziano” etc etc etc. Vive i suoi momenti di gloria in giornate come quella di oggi, oppure il 4 novembre, ricorrenza della vittoria nella guerra del 1915-18, o ancora il 25 aprile, anniversario della liberazione dal fascismo. (Benché lo stesso Benito Mussolini ne avesse fatto, a suo tempo, uno dei più efficaci simboli della megalomane retorica fascista).

Dopo la prima guerra mondiale il Vittoriano è diventato ufficialmente la tomba di quel soldatino sconosciuto, di quell’uno per tutti che morirono per la patria, e questa mattina ha sugellato l’inamidato cerimoniale della festa della Repubblica, la sfilata delle autorità, delle forze armate, delle rappresentanze civili, della gente comune, nonché il passaggio delle amatissime frecce tricolori. Solitamente il monumento contempla imperturbabile il traffico congestionato di piazza Venezia: automobili, autobus, taxi, pullman turistici, cantieri della metropolitana… Ma di giorno o di notte, con la pioggia o con il sole, in cima alla scalea restano immobili quei tre, altrettanto imperturbabili. I due vivi, a fare compagnia al morto, accanto alla corona di alloro sempre più secco, a vigilare che la fiammella resti sempre accesa: due maschi vestali a onorare un mucchietto di ossa. Per non dimenticare.

Non sappiamo chi fosse quel mucchietto di ossa, ed è importante continuare a non saperlo. Era un ragazzo, che avrà avuto per la testa una fidanzatina, un progetto di vita, il sogno di diventare maestro di scuola o carpentiere e che invece morì sul Piave o a Caporetto o chissà dove. Due ragazzi di oggi e un ragazzo di cento anni fa. Immolati insieme a celebrare la storia. Che strana fraternità, che misteriosa intimità si intesse ogni minuto, nell’indifferenza frenetica della capitale, tra quei tre giovani sconosciuti, su quei marmi gloriosi. E poi, a cornice, gli squilli di trombe e un anacronistico silenzio, le cerimonie e il dolore, che è sempre uguale nei secoli. Nel soldatino senza nome possiamo vedere tanti altri ragazzi ingoiati dal nulla: l’emigrante sul Titanic affogato insieme ad altre millecinquecento persone, la vittima della camorra o della mafia, il poliziotto ucciso dalle Brigate Rosse, lo studente morto per overdose, quell’altro stritolato dalle macerie della casa venuta giù per il terremoto, l’operaio ucciso dalle esalazioni tossiche della fabbrica di componenti chimiche, la ragazza strangolata dal suo ex, incapace di rassegnarsi a un addio…

Ognuno di questi militi ignoti di guerre quotidiane ha un nome e un cognome, una data di nascita certa, qualcuno che ancora lo piange e lo piangerà, ma può fregiarsi comunque dell’illustre titolo di “nessuno”, perché nel flusso dei drammi quotidiani tutti diventiamo uguali, ugualmente celebrati tra le luci e le ombre della storia di questo paese, tutti ugualmente a rischio di essere sacrificati a una follia.

Anche il presidente Mattarella ha il suo milite ignoto: certamente nel minuto di silenzio davanti al sacello, avrà ripensato a suo fratello Piersanti, assassinato da Cosa Nostra 44 anni fa. Di quanti silenzi è fatta la storia.

Ecco perché quei tre, i vivi e il morto senza nome, riuniti lassù in cima da destini tanto diversi e lontani, celebrano tutti insieme la pietà degli uomini. Che è più potente delle guerre e delle paci, delle sconfitte e di tutte le vittorie.

 

2 giugno 2024

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