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LA PRIVATISSIMA TIVU’ PUBBLICA -Lettera aperta ai dirigenti RAI

La televisione pubblica, c’è ancora chi la guarda?  Oppure ormai la si compone e la si scompone privatamente, ciascuno la sua? Ciascuno il suo palinsesto fatto dei film preferiti, del notiziario quando si ha voglia, dell’oroscopo e delle previsioni del tempo, a seconda dell’umore… ? Io confesso di andare ancora in cerca di quella antica televisione preconfezionata,  di accettare volentieri le scelte generaliste di un palinsesto pensato da altri, con il residuo di quel senso di sorpresa infantile nello scoprire “che fanno stasera in tv”. Di questa televisione, che comunque resiste e mantiene il suo pubblico, io mi servo però tendenzialmente come di un orologio parlante, come un sottofondo di compagnia a volte un po’ troppo invadente (in tal caso la spengo) che mi scadenza le ore e gli impegni della giornata: quel dato programma mentre mi lavo i denti, la tale edizione del tg mentre preparo il pranzo, un film per rilassarmi prima di uscire, il talk show demenziale per lasciarmi volutamente instupidire, l’ultimo notiziario prima di andare al letto…

Dunque di questa televisione conosco bene il progetto che le è sotteso, e che sempre più spesso mi folgora con le maliziose ingenuità dei suoi gestori, i quali, perfettamente in linea con la progressiva entropia valoriale del nostro paese, ne assecondano, complici, il decadimento. Ciononostante non demordo e continuo a farmi accompagnare dalla colonna sonoro-visiva del nostro declino rispecchiato nel piccolo schermo. Fiera e ostinata utente del cosiddetto servizio radiotelevisivo di stato, ne evidenzio quattro in apparenza trascurabili vizi di forma e rivolgo ai suoi maîtres à penser quattro conseguenti suppliche.

Primo.  Potreste evitare di imbottire i vari talk show e programmi similari di una quantità pirotecnica di argomenti senza farne approfondire nessuno?  Saltare di palo in frasca arrivando a tagliare le risposte di bocca agli ospiti per passare all’argomento successivo è urticante e ansiogeno. Gli inglesi dicono: Less is more. A meno che l’obiettivo scientificamente perseguito non sia esattamente lobotomizzare la gente facendola credere informata su tutto ma in realtà consapevole di nulla.

Secondo. In base allo stesso principio, addestrate, vi prego, i vostri intrattenitori-intervistatori a non castigare i propri ospiti e intervistati con domande a scadenza, anticipate cioè della specifica del tempo massimo di risposta. Esempio: “Abbiamo trenta secondi. Quali misure intendete attuare lei e il suo partito per contrastare la grave crisi energetica?” Io, al posto del malcapitato ospite, risponderei: “ In trenta secondi si risponda da solo, il conduttore è lei”.  La pessima abitudine di far pesare sull’ospite e di conseguenza sul pubblico, la gestione del tempo disponibile corrisponde a un malcostume più radicato: non assumersi le proprie responsabilità professionali e soprattutto violentare le persone. Se i tempi di trasmissione sono stretti, che vengano trattati meno argomenti, oppure invitati meno ospiti. A meno che l’obiettivo scientificamente perseguito non sia  innervosire il pubblico  e incoraggiare la nostra già latente schizofrenia.

Terzo. Nel caso di collegamenti fra studio e inviati esterni, si potrebbe evitare che il conduttore da studio si sovrapponga sempre e comunque con proprie –spesso pretestuose – domande all’intervista in corso in esterno, tagliando sistematicamente la parola all’inviato o al suo ospite? E’ di tutta evidenza che questa abitudine è una precisa scelta degli autori, il cui scopo vorrebbe essere la creazione di un dinamico dialogo fra dentro e fuori, fra lo studio centrale e la squadra esterna. Vi comunico che  l’esito raggiunto è solo, ancora una volta, un’irritante e immotivata confusione. Il tutto amplificato dai limiti tecnici, davvero paradossali in tempi di collegamenti web e satellitari: l’intervento da studio si inserisce disturbante nel servizio dell’inviato e per di più raggiunge l’orecchio di quest’ultimo con diversi secondi di ritardo, procurando una penosa alternanza fra cacofonici impasti di voci e eterni secondi di muta attesa da una parte e dall’altra. Una volta questi disservizi erano inconcepibili. Si veda ad esempio la perfezione dello scambio fra studio e squadre esterne nella preistorica serie di Campanile Sera. Anno 1959! Clic qui. Con molti meno mezzi, il ritmo era garantito comunque e non esistevano tempi morti.

Quarto. Proibite, vi supplico, quei vergognosi teatrini autoreferenziali in cui conduttori, conduttrici, ospiti, amici del cuore si scambiano zuccherosi quanto fasulli complimenti sui propri compleanni , sui propri successi o sulle proprie apparizioni televisive, autocelebrandosi fra di loro  davanti alle telecamere come se la televisione fosse casa loro, un loro spazio privato, come se il pubblico non esistesse e fosse ammesso solo a spiare i loro stucchevoli convenevoli. La gente si sente esclusa, non vi ha mai sfiorato il sospetto? Oppure lo scopo è proprio quello, ancora una volta, di annullare le coscienze, rafforzando il divario fra voi e noi, ribadendo la vostra padronanza e la nostra sudditanza?

Ma noi non siamo sudditi. Saremo magari solo una piccola residua banda di pensanti che alla radio televisione pubblica non crede più, ma che ha occhi e orecchi per riconoscere l’abuso che se ne fa in barba a una nazione intera, in forza della spregiudicatezza di chi la governa guidandola dalle stanze del potere con in più il sostegno di una buona dose di cattivo gusto. E arriva perfino lo strombazzato rinnovamento del telegiornale della sera, che chissà quale straordinaria rivoluzione dovrebbe introdurre nella diffusione delle notizie (una notizia si dà e basta; se la si dà in televisione bisognerebbe commentarla con immagini nuove, attuali e coerenti e non solo con materiale di repertorio: ma qualcuno ne è capace?): certo non basta il cambio di una sigla o di due scrivanie a sancire la sanificazione e il rinnovamento di tanto disservizio pubblico. Per questo servirebbero almeno due mutazioni genetiche. La prima dovrebbe comportare la competenza e la sensibilità umana di cronisti, autori, dirigenti e classe politica. La seconda: il recupero del rispetto del pubblico, che al momento viene alternativamente plagiato o disgustato.

Molti sanno già queste cose, molti invece le considerano trascurabili a fronte dei gravi problemi ambientali, energetici, economici che ci affliggono. Ma è proprio nelle inezie quotidiane che piano piano ci viene sottratta la libertà di evolvere e di pensare criticamente. Un pezzetto alla volta, senza che ce ne accorgiamo. Io questa tivù cosiddetta pubblica non la spengo. Ma non spengo neppure il cervello.

 

12 settembre 2022

(in alto un disegno di mio padre del 1968)

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