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LA STANZA

Per ascoltare invece di leggere:

Da qualche anno oramai, mia figlia se n’è andata via dalla casa in cui è nata. Qui lo dico e qui lo nego: era ora. So bene quanta fatica comporti per ciascuno di noi diventare adulto e prendere il volo, “partorire se stessi”, come dicono scontatamente gli psicoterapeuti. Dunque davvero sono felice per lei. Quanto a me, benché lei non mi creda, non so nulla della famosa sindrome del nido vuoto. Appaio madre possessiva solo perché sono preoccupata in un senso atavico, anzi primitivo, dei pericoli del “mondo”. Ma dentro casa lei non mi manca. Vale anche per il primogenito. Innanzitutto perché sono entrambi sempre “affettuosamente” presenti (un pranzo, una cena, una visita, un’emergenza pratica, il prestito di un arnese domestico che a loro manca, la ricerca di un vecchio libro, la ricetta delle scaloppine…). E poi ho sempre troppo da fare per accorgermi che in casa non c’è nessuno.

Dopo ormai diversi anni che lei ha lasciato il cosiddetto nido, mi sono decisa a fare un po’ d’ordine dentro la sua stanza rimasta per ora disabitata. Fino adesso non ne ho avuto il tempo né il coraggio. Ma coraggio per cosa?

Ecco, questo è il punto. La stanza di una ragazza è l’antro della Sibilla, il fondaco dei misteri, il sotterraneo della Piramide, il labirinto di Minosse. Sapevo che per entrare là dentro mi sarebbero serviti i sassolini di Pollicino per riuscire a tornare indietro. Perciò rinviavo sempre. Ma ci vuol altro che i sassolini per riemergere. Bussola, sistemi satellitari, app di navigazione, le ali di Icaro… Tutto inutile. La stanza di una ragazzina che nel giro di pochi anni è diventata una donna è la dimostrazione che Einstein aveva ragione. In quei pochi metri quadrati si apre un varco spaziotemporale che scaglia il visitatore sotto strati e strati di vissuti di età passate, tutte rapprese nella simultaneità abbagliante dell’apertura di un cassetto. O forse è così che si entra in un buco nero.

…Vecchi cellulari, povere scatoline del trucco tutte impiastricciate, borsellini consumati, tessere scolastiche, tessere universitarie, giornaletti per ragazzine, portafogli con dentro un paio di ciglia finte, due preservativi, biglietti aerei, pasticche contro il mal di pancia, elastici per capelli, occhiali da sole mezzi rotti, cavi di alimentazione, biglietti di auguri, appunti illeggibili, un orecchino scompagnato, una mascherina di Carnevale… E le lettere e i messaggi dei primi ammiratori e degli ultimi amori, confuse disinvoltamente in mezzo a tutto il resto, forse dimenticate, a riprova che per questa ragazza la vita è il presente, è vento in faccia, che rende faticoso il cammino ma in compenso trascina i capelli all’indietro – che meravigliosa sensazione! –  e ciao a tutto il resto.

Strati e strati di ere geologiche dall’infanzia alla prima giovinezza affiorano a beneficio della mia indiscreta ma inevitabile ricognizione: mi sforzo di non leggere ciò che non devo, di non guardare con morbosa curiosità ciò che era giusto rimanesse nascosto, ma non posso arrestare, avendo aperto quella porta, la festosa epifania di quella bambina che viveva qui e che, mi accorgo, io avevo presto dimenticato, come se mi fosse possibile darle oggi quella attenzione giusta, e libera e adulta che mi accorgo di non averle dato allora, perché purtroppo anche io, allora, ero soltanto una bambina.

Non so se affitterò mai questa stanza, se la svuoterò del tutto, mettendo in cantina tutto il suo variopinto contenuto, o se invece se la usurperò installando qui il mio studio o il mio guardaroba. Ma non credo proprio. Io il vento ce l’ho in poppa, che mi spinge in avanti, facilitandomi l’avvicinamento alla meta, pungolandomi in continuazione con la sfida di voltarmi indietro. Spero non offendere nessuno dichiarando che questa stanza rimarrà così, in apparenza inutilizzata, un po’ museo un po’ buco nero, sospesa nello spazio tempo di una infanzia-adolescenza trascorsa troppo in fretta. Perché è importante lasciare uno spazio vuoto, e soprattutto aperto. In una lettera, in una storia, in un discorso, possibilmente in una casa. Ci ricorda che lo spazio più importante di tutti è altrove e non si riempie mai del tutto.

 

14 settembre 2025

 

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