
Per ascoltare invece di leggere:
Non la nominiamo mai perché è il tabù del nostro tempo, perché non sappiamo più morire come sapevano morire gli uomini e le donne di una volta. Diciamo piuttosto “la scomparsa”. Diciamo “se ne è andato”. Diciamo “ci ha lasciati”…
Una volta, chiedendo al centenario monsignor Loris Capovilla un ricordo di Giovanni XXIII (di cui era stato segretario) a quarant’anni dalla sua “scomparsa”, mi sentii rispondere: “Signora, Giovanni XXIII non è scomparso. E’ morto”.
Semplice ma efficace. Se tutti quelli che muoiono scomparissero davvero saremmo fritti. Significherebbe che sarebbero e che saremo tutti, noi con loro, destinati all’oblio, ad essere passati invano su questa terra.
Forse la morte è un tabù perché è la vera nudità che ci espone agli occhi del mondo. Non sappiamo come moriremo, se dignitosamente, se tristemente, se combattendo fieramente una malattia, o piuttosto da pusillanimi, se invocando il perdono dei nostri peccati o beffandocene del Paradiso o dell’Inferno, se lasciando un segno o come se non fossimo neppure esistiti. Dimmi come muori e ti dirò chi sei. Solo la morte ci espone per quelli che siamo e che siamo stati agli occhi di chi ci ha amato. Solo la morte ci spoglia, espone al mondo la nostra fragilità, il nostro essere.
Ognuno di noi ha visto morire tante persone. I genitori ad esempio. Campioni di risolutezza e di energia, improvvisamente tornati bambini impauriti e bisognosi di aiuto. La morte è questa nudità, che ci riporta alla fragilità del principio. Se nessuno nasce solo, neppure nessuno muore solo: consegna la sua fine a qualcuno. Saremo ricordati anche nel momento del distacco, anche per il momento del distacco. Forse è questo che ci spaventa: non essere all’altezza di questo lascito.-
Del testo moriamo “allegramente” tante volte al giorno. Quando ci isoliamo in una occupazione esclusiva ( la testa dentro lo smartphone o il pc), quando ci strippiamo nell’alcool per dimenticare, quando decidiamo di chiuderci al mondo e dimentichiamo chi muore di fame o ha bisogno di noi, quando ci saziamo delle nostre inutili, frenetiche occupazioni…
Siamo talmente abituati a scomparire che rischiamo di scomparire anche morendo. Che la nostra morte sia ben altro: l’orgoglio di esserci stati, il ritratto perfetto della nostra “casta” nudità. Esattamente noi stessi.
4 aprile 2026

Nicoletta Rondinella
Che belle parole, che condivido in ogni frase.
Grazie Laura