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LE ILLUSIONI DELL’ECOLOGIA

Sappiamo bene quanto fa male vedere i ghiacciai sciogliersi, i fiumi essiccarsi, i mari corrompersi di petrolio e isole di plastica, certe specie animali estinguersi, l’atmosfera diventare sempre più irrespirabile,  il buco dell’ozono aprirsi, le centrali nucleari mettere a rischio intere aree popolate, le terre coltivate avvelenarsi di sversamenti tossici, le montagne sbriciolarsi a causa di disinvolte speculazioni edilizie. Eccetera. La lotta per arrestare il tragico decadimento del nostro habitat naturale si chiama ecologia che, come tutti sanno, significa precisamente la scienza dell’habitat, la scienza della casa, intesa in senso lato come Terra, il nostro pianeta, che sta soffrendo gli esiti catastrofici del cosiddetto progresso umano.

Dunque onore al merito di tanti scienziati, osservatori, divulgatori che lottano attivamente perché questa tutela sia la più fattiva ed efficace: l’ecologia ha assunto una connotazione decisamente più ideologica e globale negli ultimi decenni, da quando l’ambiente terrestre si sta rivelando sempre più fragile e un progresso incontrollato –unito a sfrenata cupidigia- ha incominciato ad apparire una minaccia. Abbiamo incominciato a capire insomma che è a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Del resto non è la prima volta che la nostra “casa” ha subito trasformazioni irreversibili. Alcune di queste si chiamano “transizioni biotiche”, o eventi di estinzione di massa e sono avvenute a prezzo del sacrificio di intere specie viventi. Al termine del Triassico, la temperatura salì di circa 5 gradi Celsius e si estinse circa il 76% delle forme di vita. Al limite tra Secondario e Terziario scomparvero i dinosauri, forse a causa dell’urto della Terra con un asteroide. Trasformazioni naturali e inevitabili, si dirà, al contrario di quanto accade oggi, quando è l’uomo stesso responsabile dei precipitosi mutamenti in atto. Un senso di colpa più che giustificato, dunque, che richiede, dopo la presa d’atto, la messa in campo di tutti gli sforzi possibili per arrestare il decadimento in corso.

Questo atteggiamento si basa però su una contrapposizione del pensiero classico, figlia dell’illuminismo, quella tra natura e cultura, che paradossalmente è proprio quanto l’ideologia ecologica afferma di voler superare.

Secondo tale impostazione, sposata dall’attuale mainstream, natura è tutto il bene, cultura è quasi sempre il male: da una parte abbiamo cioè la madre Terra, generosa, prolifica e innocente, dall’altra l’opera dell’uomo, violentatrice e intimamente corrotta, dissennata e distruttrice. Un atteggiamento che andrebbe drasticamente invertito. Ma  già Lévi-Strauss nel 1949 in Le strutture elementari della parentela metteva in dubbio il dualismo di cui sopra: la stessa distinzione dalla natura era indice e prova dell’esistenza “naturale” della cultura… Dunque attenzione a criminalizzare indiscriminatamente l’opera dell’uomo.

Alle estreme conseguenze: se l’uomo deve tornare a sentirsi parte della natura, non più contrapposto ad essa, ma cosciente di esserne figlio, perché non dovrebbe assecondare la propria stessa natura, che lo porta in molti casi  a violare il proprio habitat in nome del progresso? Perché dovrebbe espungere dalla propria natura il suo naturale impulso di distruzione? Tra le cause naturali che portarono in passato a inevitabili transizioni biotiche non c’era l’opera dell’uomo semplicemente perché l’uomo non esisteva: oggi, a possibili disastri astronomici, eruzioni, terremoti distruttivi etc, si affianca appunto la naturale evoluzione tecnologica (che costa l’altissimo prezzo che sappiamo) e che solo un approccio ottuso può non riconoscere come a sua volta naturale…

La Terra si trasforma, tutto si trasforma, tutto diviene. Che anche l’impulso ecologico (e dunque auto protettivo) sia a sua volta naturale non impedirà comunque che il nostro pianeta e che l’universo tutto seguano la propria evoluzione non necessariamente positiva e quasi certamente indipendente dai nostri comportamenti. L’entropia è una legge cosmica: perché la Terra dovrebbe esserne immune? Solo in quanto casa dell’uomo? E basterà un globale senso di colpa, basteranno le Greta del caso, i summit internazionali a deviare il corso degli eventi?

Il mio non è certo un invito a vivere alla giornata continuando allegramente a inquinare cieli e mari ignorando le conseguenze: è semmai un invito a emanciparci  (noi umani) dal protagonismo che ci porta a pensarci alternativamente unici padroni della nostra Terra e unici responsabili del suo decadimento, primi attori nel bene e nel male. Forse non è così. E la differenza fra questo tempo e il paleocene è che allora forse mancava una coscienza capace di realizzare quanto stava per accadere e sarebbe accaduto comunque.

Perciò rassegniamoci: la vera, primigenia condanna, non è tanto nel progresso in sé, quanto nella consapevolezza, in quella famosa scoperta del frutto proibito, ovvero nella amara e spesso confusa distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. Forse, se vivessimo davvero come protozoi o dinosauri avremmo le idee più chiare e vivremmo giorni fatalmente più sereni.

 

5 settembre 2022

 

 

 

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