
Eh no, non chiamiamoli così, che la parola vibra ancora di vago disprezzo. Chiamiamoli casomai fumettisti, o meglio ancora cartoonist.
Mio padre aveva intuito la potenza del Fumetto: lui ci era cresciuto, da lettore e anche da precocissimo autore, aveva cominciato a disegnarli a meno di vent’anni e ne fece nel tempo la sua missione, anzi la sua crociata. Sosteneva che l’arte visiva deve essere popolare: se le gallerie languono e se le avanguardie non parlano più alla gente, è piuttosto su umili giornaletti che le giovani generazioni possono, anzi devono essere educate all’estetica, anche raccontando loro una storia di cow boys o un poliziesco. Strada facendo, aveva capito che gli toccava nobilitare un’arte ritenuta ai suoi tempi “minore”. Di qui i suoi capolavori.
Oggi, a 35 anni dalla sua morte, sono anche i giornaletti a languire, le edicole chiudono, e se proprio si vogliono educare i più giovani al gusto e all’estetica, bisogna andare loro incontro non più su supporti di carta ma su videogames, piattaforme webcomic e fumetti on line. E i fumetti che resistono si chiamano graphic novel, in pratica libri illustrati in cui le nuvolette sostituiscono il testo interagendo direttamente con le immagini.
La sostanza non cambia, forse. O forse sì. C’è altro che i desktop di cellulari, tablet e pc suggeriscono rispetto alla pagina di carta. C’è altro che la struttura in pixel di immagini (spesso realizzate con penna digitale) impone alla decodifica cerebrale rispetto alla fattura artigianale delle vecchie tavole a china e ad acquerello. Sedotte dalla tecnologia, anche le nostre connessioni neurali stanno cambiando: non guarderemo più allo stesso modo di un tempo Guernica o La Gioconda. Figuriamoci un fumetto.
Custode dell’archivio paterno e depositaria della sua estetica “da fumettaro”, ho periodicamente invitato “allo studio di Gianni De Luca” (da ottobre scorso fino all’altro ieri) disegnatori e sceneggiatori, critici e insegnanti, giornalisti e cultori della materia a una serie di incontri sul tema: il Fumetto oggi. Per capirne qualcosa io stessa, che nel merito sono un’ignorante, potendo solo veicolare quanto sopra e in quanto ricevuto per apprendimento diretto. (Per il resto sono ferma a Paperino.)
Da questi incontri, per i quali ho trovato l’entusiastico sostegno della Scuola Romana dei Fumetti, ho scientemente escluso, e spero esservi riuscita, qualsiasi afflato nostalgico o intento celebrativo: non ho nostalgia di mio padre perché è ben vivo nelle sue opere, né non ho bisogno di celebrarlo perché ancora si celebra da solo nelle tante mostre, nelle pubblicazioni e nei vari eventi che ancora gli vengono dedicati da più parti e per i quali mi viene chiesta una collaborazione che ovviamente non nego mai.
E allora perché mai ho avuto l’impressione di voler resuscitare un morto? Fosse proprio il Fumetto ad essere morto? Fosse proprio il mutato scenario dettato dalle nuove tecnologie a richiedere una diversa e soprattutto nuova concezione e consumazione delle opere miste testo/immagine?
La sensazione è che i generosi relatori e ospiti ai tre passati incontri “allo studio di Gianni De Luca”, sazi della fortuna di potersi permettere un lavoro creativo, cioè di poter vivere della propria arte, non avvertano questa precipitosa evoluzione, né il bisogno di gestirla, assecondandola o casomai contrastandola o eventualmente adattandovi i propri metodi di lavoro. E tuttavia ciascuno di loro, dal proprio punto di vista, ha portato un contributo importante alla riflessione generale sul tema, che mi riservo di organizzare nella trascrizione ragionata degli incontri (cito con gratitudine e ammirazione gli autori Emiliano Mammucari, Marco De Angelis, Federico Mele, Paolo Bacilieri, Luca Scornaienchi, cito il fondatore della Scuola Romana dei Fumetti Stefano Santarelli, cito Emiliano Lamanna, direttore della associazione Venti d’Autore di Catanzaro, cito Luca Raffaelli e Stefano Gorla, già direttore de Il Giornalino).
Da figlia di mio padre, oggi semplice titolare dell’ufficio diritti Gianni De Luca, ho visto – estranea curiosa – davvero di tutto, in questo mondo. Ho visto i cambiamenti, le stranezze, gli infiniti spunti, le giuste battaglie e le sconfitte e ho registrato anche tanti incomprensibili silenzi.
Dai tempi del Salone Internazionale di Lucca (anni sessanta del secolo scorso) si sono moltiplicati i festival, le manifestazioni, le rassegne, le fiere, gli eventi, le mostre, i musei dedicati al Fumetto. Si può dire che oggi ogni città in Italia (e non solo) vanti una qualche lodevole – a volte anche chiassona – iniziativa a riguardo. Il Salone di Lucca era un luogo per critici paludati, un ambiente ovattato, benedetto anche dalla presenza di intellettuali certificati, in cui gli autori italiani, e non solo, si incontravano per scambiarsi pacatamente materiali ed esperienze. Oggi, le tante fiere sono aperte al tanto pubblico, con largo spazio a stand di editori e di fanzinari, a manifestazioni di cos-players e a scambi fra collezionisti di vecchi giornaletti o di tavole originali, con, nell’aria, l’onnipresente odore di cheese burger e patatine fritte. Non voglio denigrare l’oggi rispetto allo ieri, certamente autori e addetti ai lavori hanno modo di incontrarsi e interagire anche oggi in questi giganteschi spazi più fieristici che accademici, come è giusto che sia, ma dove l’aspetto commerciale sembra prevalere su tutto il resto. Ovviamente è consolante riscontare che istituzioni e privati siano disponibili a investire denaro su Fumetto e derivati e inoltre sperare che continuino a farlo – quando questa disponibilità viene a mancare capita che realtà interessanti siano costrette a chiudere -, ma questo non attenua la mia sensazione che in questo mondo qualcosa stia morendo e qualcos’altro debba venire alla luce attraverso la consapevolezza, le capacità e la passione degli addetti ai lavori, ovvero di chi i fumetti li scrive, li disegna, li edita, li insegna, li legge e ne parla.
La sensazione è soprattutto che si stia perdendo un’occasione per unire le forze e per guardare al futuro. Ognuno dei festival, delle manifestazioni, delle rassegne, delle fiere, degli eventi, delle mostre e dei musei dedicati al Fumetto sembra un pianeta a sé, fieramente autoreferenziale, ciascuno geloso dei sostegni ricevuti e del proprio pubblico fidelizzato. Il crescente -almeno in apparenza – interesse da parte della gente, anche dei più giovani, sembra sia sufficiente agli organizzatori, giustamente sopraffatti da questioni di gestione contabile, per passare a organizzare l’edizione o la mostra successiva. Da estranea curiosa, mi piacerebbe che tale interesse popolare fosse analizzato e anche potenziato. La quantità va bene, ma anche la qualità non farebbe male. Se il Fumetto deve solo auto-finanziare chi eroicamente se ne occupa attraverso una incondizionata palingenesi di risorse e pirotecniche contaminazioni, penso che si potrebbe far di meglio, vista l’eccellenza degli autori che, almeno in Italia, abbiamo a disposizione. Poi, all’eccesso opposto, c’è chi, con veemenza lievemente spocchiosa, lotta per conferire al Fumetto l’autentico patentino di nona arte, contro la sopravvivenza di anacronistici pregiudizi intellettualistici. Va benissimo, purché ciò non comporti di rinchiuderlo in qualcosa di simile a quelle gallerie da cui la gente è sempre più lontana, con l’eccezione delle doverose visite scolastiche che garantiscono comunque un sicuro bacino di utenza.
Il racconto per immagini nasce insieme all’essere umano, per l’immediatezza, l’efficacia, l’emotività che lo contraddistingue. Qualcosa in esso è eterno, ma qualcosa cambia inevitabilmente con i tempi. Infatti non graffiamo più le pareti delle caverne. Da estranea curiosa, di nuovo, mi piacerebbe capire questo cambiamento non fermandomi solo al facile successo di fiere e musei dedicati, ma aspettando che i tempi nuovi generino anche un linguaggio nuovo. Non soltanto più popolare e sempre più generalmente apprezzato, ma anche semplicemente nuovo. Mio padre, se avesse potuto usare la penna digitale, forse un inizio di risposta lo avrebbe trovato. Insomma tempi nuovi necessitano di sguardi nuovi. Questo dovrebbe essere l’impegno dei fumettari, pardon, dei cartoonist che guardano a domani.
2 marzo 2026
In alto una tavola di Arzach di Moebius
