A Annamaria B.R.![]()
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Certi criticoni mi sono simpatici. Lo so, la cosa è sospetta, come il fatto che io torni sul tema già affrontato giorni fa. Dei criticoni mi piace la fantasia che li porta a ridire su tutto, anche sull’acqua che esce dal rubinetto, che comporta una visione del mondo “capovolta”, controcorrente e fin troppo lucida. A volte la critica sconfina nel pettegolezzo, si alimenta di particolari estrosi e piccanti su scelte o comportamenti altrui e si autorigenera, in una partenogenesi di giudizi, rilievi, obiezioni approfondite e articolate cui fa seguito l’immancabile chiosa: io mi sarei comportato mooolto diversamente. Come volevasi dimostrare: i criticoni sono creativi e propositivi. Non si limitano infatti quasi mai a obiettare e sindacare, ma propongono la loro alternativa, che ovviamente è sempre la migliore. Fino a prova contraria e a posteriori però, davanti all’errore altrui, a una scelta sbagliata, a una prova di cattivo gusto etc è facile presentarsi come consapevoli di una più saggia alternativa. Criticoni, ovvero saccenti. I sapientoni del giorno dopo.
La fisiognomica del criticone presenta generalmente una smorfia obliqua della bocca che tradisce un lieve, costante disgusto. Il mondo lo annoia, poverino. Il che non gli impedisce appunto di pubblicizzare la sua pignola e spesso ossessiva visione della vita, che coincide sempre con il migliore dei mondi possibili, purtroppo però sempre di là da venire. Per questo il criticone non sorride mai: la desolazione del momento presente è sempre davanti ai suoi occhi, ragion per cui i suoi strali censori hanno comunque ragion d’essere, in un circolo vizioso di denunce e tardive, inutili soluzioni. Sono i campioni della storia dei “se”: se avesse affrontato i due eserciti nemici separatamente, Napoleone non avrebbe perso a Waterloo.
Io faccio parte di questo gruppo di maleducati (tana per me stessa!), di qui la mia indulgenza verso di loro: l’intolleranza dei denigratori di professione mi è familiare e ne comprendo le ragioni. Sì, sono anche io una criticona, specie sul lavoro: lo sospettavo ma me lo ha confermato giusto ieri l’amica e collaboratrice cui spesso spengo baldanzosi entusiasmi per progetti che a volte mi appaiono fuochi di paglia. Secondo lei non mi andrebbe bene nessuno salvo me stessa. Lo confermo, è questo il mio peggior vizio e anche la mia più grande virtù: sul lavoro e non solo sono esigentissima e severa, essendo stata abituata fin da piccola a criticare me stessa e a tenermi al guinzaglio. La perfezione è il mio sempre fallimentare obiettivo. Posso pertanto descrivere senza pietà e dall’interno il meccanismo del censore di professione: ai criticoni piace distruggere per avere il gusto visionario (e consapevolmente destinato a fallire, ma almenno lasciateci sognare) di riedificare. Solo che alla pars destruens non tutti i criticoni sono capaci di far seguire la costruens, spesso si fermano -ci fermiamo!- a una insopportabile facondia piena di nulla, per il solo gusto di accendere la discussione, e nei salotti tv ne abbiamo infiniti esempi. Criticoni e pure parolai.
Concludendo, e rivolta anche a me stessa: benché così lucido e disincantato, il detrattore di professione non dovrebbe però essere autorizzato a saltare alle conclusioni senza permettere agli altri di arrivarci da soli, gustandosi i propri errori e le proprie sconfitte. In questo consiste il nostro più grave peccato di maleducazione: il prossimo ha diritto di sbagliare con le proprie forze senza che nessuno lo metta in guardia prima o lo “battezzi” dopo col classico, spietato “te l’avevo detto io”. Pazientiamo, e la nostra critica muta avrà la sua eclatante, discreta vittoria: potremo sghignazzare in silenzio!
28 ottobre 2026
