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E sempre a proposito di animali. Che dire di quelli talmente in simbiosi col barboncino, il pointer, il dalmata o il maltese che, se li inviti per esempio a pranzo o a cena, non rispondono all’invito con un “grazie sì” o “grazie no”, ma con una domanda istantanea come una schiacciata al tavolo da ping pong: “Ti dispiace se porto il cane?”. Subito dopo specificando: “Guarda che è buonissimo!”
Accettazione dell’invito condizionata, perché il cane da solo a casa non lo si può o non lo si vuole proprio lasciare. Gli viene la depressione, la sindrome di abbandono, oppure si annoia e allora divora per vendetta i cuscini o rosicchia il tappeto. La verità è che certe persone hanno acquisito una protesi non prevista da madre natura. Devono essere nate così, nell’antichità, le fantasie sulle figure mitologiche metà umane metà animali: sirene, tritoni, centauri etc. Il nostro tempo ha partorito l’antropocane. Nella migliore delle ipotesi il cane è la loro coperta di Linus, oggetto transizionale dell’età adulta, da cui puerilmente non riescono a separarsi. Certi se lo portano in ufficio, dal parrucchiere, a scuola di cucito… E’ vero: l’animale domestico compensa tanti affetti mancanti, combatte la solitudine, riempie la giornata, intenerisce e diverte. Ma ti pare giusto imporre la tua copertina a quattro zampe a parenti, amici e conoscenti? Già è così difficile sopportarsi tra umani, accettare logorree, petulanze, profumi troppo invadenti o al contrario scarso uso del sapone. Perché dare disinvoltamente per scontato che ciò che piace a noi (il nostro cane) sia automaticamente e universalmente apprezzato dal resto del mondo? Imporre o anche solo proporre la presenza di qualcun altro in casa di chi ti ha invitato non è mai gentile. E nel caso degli animali siamo di fronte a una variazione sul tema della maleducazione “zoologica”. Un tempo c’era chi si imbucava alle feste da solo, senza bisogno di presentazione, oggi c’è chi, già lo sai, si presenterà, a volte senza neppure chiedere il permesso, insieme al suo adorabile quadrupede. Si sa che l’ospite – complice la cultura naturistico-ecologico-animalistica diffusa- non avrà mai cuore di chiudere la porta e di dire: “Scusa, perfavore riportatelo a casa”. Una risposta simile non è proprio contemplata dal “proprietario” della bestiola, che neppure mette in conto l’eventualità che una creatura tanto affettuosa possa non essere gradita. In genere si punta anche sul fatto che a gentili proposte-impositorie i malcapitati padroni di casa fanno più fatica a rispondere no che sì e che dunque subiscono, per evitare discussioni. Un’alzata di spalle e accettano, anche loro malgrado, l’ospite non previsto.
Il che può generare un trasferimento di maleducazione dall’invitante agli invitati, tra i quali potrebbe esserci l’allergico al pelo, l’intollerante all’abbaio, il fobico del morso, l’ossessionato delle zecche, il fanatico della museruola, lo schifiltoso verso le carezze, e insomma i non amanti degli animali, che, pare strano, esistono e sono persone per bene.
“Non dà nessun fastidio, te l’assicuro”. E se il cucciolo morde qualcuno, se gli si struscia addosso lasciandogli una scia di bava o ciuffi di peli, il maleducato proprietario sminuisce: “Vuole solo giocare…” A quel punto però anche il padrone di casa avrà le sue responsabilità: civili, penali e… di galateo.
Conosco un tizio, che, elegantemente seduto alla tavola degli amici che l’hanno invitato e accolto a cena con tutta la sua protesi canina, terminato il pasto e tutti ancora seduti in chiacchiere, di punto in bianco, in un improvviso impulso di “paternità surrogata”, prende da terra la creatura e, con elegante disinvoltura, se la spupazza in grembo davanti a tutti. Anche si trattasse di un neonato, gli chiederei di lasciarlo in culla, per rispetto di tutti e del neonato stesso, che non è un giocattolo, o appunto un oggetto transizionale, ma una persona. Ci sono anche persone, le ho viste, capaci di prendere al ristorante un piatto dalla tavola (un piatto destinato ai clienti), versarci acqua e collocarlo disinvoltamente in terra offrendolo al proprio cane, scatenando la giusta ira del proprietario del locale.
Ho già scritto da qualche parte che, in seguito a simili esperienze, molto diffuse anche in ambienti civilizzati e di alte pretese, ho smesso di cenare, almeno in riunioni o in abitazioni dove sono presenti cani o altri animali. Non si sa mai. A casa mia so che gli animali stanno alla larga dalla mia cucina e dalla mia tavola da pranzo. Non per questo li amo di meno. Infatti io mi ricordo perfettamente di avere un antenato comune con la scimmia, ma so anche che la separazione evolutiva è avvenuta ben sette milioni di anni fa. All’epoca si grufolava tutti insieme nel trogolo, nel fango e nella mangiatoia. Oggi magari no.
29 settembre 2026
