Per ascoltare invece di leggere:
Più vado avanti più cresce intorno a me la folla dei maleducati. Preciso: non sono solo maleducati, sono perfezionisti della cafoneria! C’è orgoglio specifico, protervia ostinata, provocazione arrogante, sfida di ostentare la propria inciviltà, come fosse un valore, una conquista di cui andare fieri. La cosa avviene per lo più tra sconosciuti, per strada, ma anche tra vicini con cui si è in scarsa confidenza. L’anonimato della grande città incoraggia ovviamente la villania, che spesso sconfina in aggressività. E si arriva alla discussione per un parcheggio che degenera in omicidio.
Tra conoscenti la maleducazione è più subdola, è piuttosto una sfumatura dell’insensibilità alle esigenze degli altri che deriva dalla fretta, dalla superficialità alla quale abbiamo ridotto i nostri rapporti. Per una volta Internet o l’Intelligenza Artificiale non c’entrano, anzi. Se dialoghi con Chat gpt lo troverai infatti molto cerimonioso. Ergo insolenza e scortesia sono valori squisitamente ed esclusivamente umani, forse gli ultimi che ci rimangono.
Domanda: è questa mia una osservazione da vecchia? Della serie: “non sono più i tempi di una volta”? Temo -ahimé- di sì, perché anche se la villania è un “valore” eterno, come provano fin dall’antichità i versi e i racconti di Teofrasto, Orazio, Catullo, Marziale e Giovenale, che descrivono svariati tipi di seccatori, sfacciati, prepotenti etc, non posso non notare che i maleducati che incontro sul mio cammino sono spesso uomini e donne tra i 40 e i 50 anni, nati cioè tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso: due decenni in cui la violazione delle regole prima, la tracotanza della Milano da bere poi, si respiravano nelle famiglie fin dal primo mattino. Dunque i baldanzosi ex-giovanotti/e che sono oggi nel pieno della vita lavorativa evidentemente mettono in pratica ciò che hanno appreso, magari anche inconsciamente, da bambini: vietato vietare e “l’avidità è un bene” (citazione da Wall Street, by Oliver Stone, 1987). Mettiamo insieme un rivoluzionario a uno yuppie rampante, che cosa ne esce? Inevitabilmente un cafone.
Esiste possibilità di una educazione retroattiva, efficace su adulti così ostinatamente renitenti alla gentilezza? Temo di no. Un papa alquanto “approssimativo” sul fronte delle buone maniere come Bergoglio tentò di inaugurare una controtendenza alla disinvolta grossolaneria dei nostri tempi (non riuscendo peraltro a non essere lui stesso grossolano) e ricordò ai fedeli l’importanza di tre parole: “grazie”, “scusa”, “permesso”. Senza abusarne, mi sembrerebbero un utilissimo promemoria per raggiungere una felice inversione di tendenza. La maleducazione non è mancanza di bigotta forma, quanto assoluta assenza di sostanza, dove “sostanza” sta per attenzione agli altri. Se non dico mai “grazie” ignoro la cortesia che qualcuno ha avuto nei miei confronti. Se non chiedo mai “scusa” do’ per scontato che tutto mi sia concesso. Se non chiedo mai “permesso” dimostro di non conoscere il bisogno altrui di privatezza e di discrezione. Eccetera.
Senonché il maleducato allevato negli eccessi degli anni settanta e ottanta del novecento non sente nessun bisogno di invertire le proprie rustiche tendenze. Non ci resta che piangere. Non ci restano che deboli tecniche difensive. O l’instancabile, tenace uso della gentilezza dimostrativa. “Le dispiacerebbe raccogliere la cacca del suo cane dal marciapiede”? Non è detto che non si riceva un “vaffa…”. E allora cercare di insistere con la medesima, inscalfibile, olimpica gentilezza. Fino a scoprire che anche la gentilezza non è arrendevolezza, al contrario, richiede resistenza e forza titanica per non ricambiare il “vaffa”. La vita è una lotta.
15 settembre 2026
