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NON C’E’ PIU’ RELIGIONE – 3

Il mio maestro di Comunicazione Globale, il sacerdote paolino Walter Lobina mi spiegò una volta la differenza fra una trasmissione radiofonica o televisiva di contenuto religioso  e una trasmissione religiosa. La prima parla di santi, storia sacra, papi, diffusione del cristianesimo, iniziative diocesane, Santa Messa etc da una prospettiva spesso “laica”, per rendersi più accattivante, per far digerire certi temi. La seconda parla di Dio parlando di tutt’altro. Bella sfida.

Di questi tempi abbiamo perso proprio questa attitudine: inspessire la nostra comunicazione (anche interpersonale) di sostanza sacra e autentica, vedere oltre partendo dal piccolo quotidiano, dalle storie di ogni giorno. Chi ci restituirà questo sguardo esteso, libero, attento alle singole parti e insieme al tutto?

La parola “religione” suggerisce proprio questa attenzione particolare. Da “re-legere”: leggere con particolare cura. O anche “re-legare” nel senso di raccogliere: mettere insieme elementi sparsi, quali siamo noi stessi, uomini e donne del nostro tempo, sbandati nella nostra solitudine cosmica, potenzialmente capaci però di ritrovarci  sotto valori e simboli comuni…

C’è una canzone di un autore brasiliano molto popolare, Chico Buarque de Hollanda, che sembra parlare di Dio parlando di tutt’altro. Qui nella versione di Ivano Fossati:

Oh, che sarà, che sarà

che vanno sospirando nelle alcove

che vanno sussurrando in versi e strofe

che vanno combinando in fondo al buio

che gira nelle teste, nelle parole

che accende candele nelle processioni

che va parlando forte nei portoni

e grida nei mercati che con certezza

che sta nella natura nella bellezza

quel che non ha ragione né mai ce l’avrà

quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà

quel che non ha misura.

Il testo prosegue con altrettanta bellezza, anche se sul finale tradisce l’intenzione dell’autore di evocare i crimini commessi durante la dittatura in Brasile tra gli anni sessanta e ottanta del secolo scorso, estendendo la denuncia alla natura contraddittoria dell’essere umano, nella quale però affiora sempre qualcosa di inafferrabile che giustifica la speranza in un possibile riscatto.

Ma torno a quella prima strofa, a quell’accanita ricerca di definire il quid di non detto che aleggia tra noi, “che sta nella natura nella bellezza”, che può coincidere sì con l’anima contraddittoria dell’uomo, ma anche alludere a qualcosa di più profondo e insieme di più alto, verso cui l’uomo tende e da cui è generato: quel che non ha misura. Da miscredente ignorante, ho sempre sentito aleggiare nei versi di questa canzone lo Spirito Santo.  Sì, lui.

Dio Padre lo sento lontano e teorico, Gesù mi mette soggezione, penso che se lo incontrassi non reggerei il suo sguardo: troppo amore può uccidere. Ma lo Spirito… Lo Spirito sì che posso arrivare a sentirlo, nonostante tutti i miei limiti. O que serà, que serà, questo Qualcuno capace di legare il presente e il passato e il futuro, di amalgamare i nostri tempi e le nostre azioni, di animare i nostri gesti sconsiderati, di riempire i nostri polmoni di aria e di gratitudine, di insinuarsi nei nostri sorrisi e anche nei nostri dolori, di restituire un senso anche agli orrori, alle ingiustizie e alle nefandezze, di riassumere gli incontri di una vita, e arrivati a un certo punto, di farci guardare tutto dall’alto. Sarà lo Spirito, l’unico che soffia dove vuole. Anche nei versi di una canzone.

Ascoltabile qui nella versione italiana dalle voci dello stesso Fossati e di Fiorella Mannoia.

21 luglio 2022

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