Close

NON C’E’ PIU’ RELIGIONE – 1

Non c’è più religione: merito degli Illuministi, figli di Cartesio. Cogito ergo sum. E se cogito, se penso, allora tutto ( e magari solo) ciò che viene  giù dalla mia testa è giusto, e non c’è neppure più bisogno di un dio. Che non ci sia più religione, per molte persone è una conquista dell’umanità. E mi ritrovo a citare di nuovo Imagine, benedetto inno laico di almeno tre  generazioni: “Imagine there’s no countries/ It isn’t hard to do/Nothing to kill or die for/And no religion, too”…Cinquant’anni dopo, di nazioni e di religioni ce ne sono ancora ed entrambe si combattono più o meno educatamente, più o meno palesemente. John Lennon invitava però a immaginare anche che non ci fosse nessun paradiso sopra le nostre teste e nessun inferno sotto i nostri piedi. L’emancipazione definitiva da ogni condizionamento ultraterreno, la libertà totale. Bingo. Forse in questo caso è riuscito nell’intento: agli angeli e ai diavoli, chi ci crede più? Conosco un avvocato autore di una campagna strenua contro la fede degli altri, che passa il tempo a ridicolizzare e sbeffeggiare i poveri credenti. Non ha di meglio da fare? Una battaglia che ha tutta l’aria di essere la sua personalissima fede sostitutiva. I veri atei venerano il proprio ateismo, ne fanno una contro-religione. Non ci sono persone più religiose degli atei, ha detto qualcuno. Fortuna che in percentuale sono pochi, come i veri indemoniati.

Io non credo in Dio, purtroppo per me, ma vorrei tanto. Non lo so se sono definibile tecnicamente atea. Non credo in Dio, ma Dio mi manca. Per questo mi sento rassicurata dal fatto che qualcuno creda al posto mio, creda anche per me. Non riesco a credere in Dio ma chiedo preghiere. E a volte prego, con questo esiguo e di fatto trafugato bagaglio di spiritualità. Ho diversi cari amici preti, con cui mi piace discutere di tante cose, sentendomi consolata semplicemente dalla loro esistenza, antenne del trascendente, baluardi contro il nulla. Per non parlare selle suore di clausura. Le api dell’invisibile, con quell’eterno ronzio di preghiere che immagino risuonino nelle loro inaccessibili cellette e da cui scaturisce – forse – il miele della redenzione.

Invece, la maggior parte degli agnostici  e perfino dei cristiani tiepidi, credenti di facciata,  non sembrano accorgersi di questo cielo diventato così basso sopra le nostre teste: una triste dimensione orizzontale,  assenza di vibrazione e asfissia di sacro che stanno finendo letteralmente per soffocarci, proprio come in quel racconto di Edgar Allan Poe, dove il protagonista rischia di morire stritolato fra le pareti ardenti della sua stessa prigione. Ma siamo noi le nostre prigioni. Le sbarre sono l’individualismo, il cinismo, l’indifferenza. E il carceriere è l’ego, miope ed ottuso.

Che a questo mondo manchi Dio lo afferma un’atea, a maggior ragione qualcuno dovrebbe credermi. Affermo che manchi lo smisurato per ridarci la misura, che manchi il senso di una realtà superiore per ricondurci all’umiltà, che manchi  la percezione del bene e del male per restituirci una direzione, che manchi il senso degli altri, per renderci capaci almeno di salutarci al mattino, di riportarci al valore del lato umano: rispetto, misericordia, tenerezza…

Uno di quei miei amici preti, conoscendo i miei tormenti spirituali, una volta mi suggerì di pregare così: “Padre Nostro se sei nei cieli….” Una preghiera in via ipotetica – chissà che ne avrebbe pensato Pascal – una preghiera al Dio Eventuale, che ha bisogno di ancor meno prove del Dio reale: quest’ultimo le aborrisce per definizione, al primo sono più che superflue. Che bisogno c’è di provare l’esistenza di un dio probabilistico? Ecco, ci mancava solo la fisica dei quanti per spazzare via residui di certezze trascendenti: nessuna legge immutabile è valida per sempre. Tutto è liquido, e tra un po’ evaporerà.

Io chiedo allora al mio personale Dio del Probabile, che riapra gli occhi interiori di tanta gente incapace di accorgersi che l’assenza di cielo spora le nostre teste ci rende fratelli dei vermi. Papa Benedetto XVI ha scritto che il dramma peggiore dell’uomo contemporaneo è il bisogno di Dio che rimane inavvertito, che anzi viene addirittura negato.

Si dirà che cosa c’entra Dio con l’inflazione,  la guerra, la crisi energetica, la fame e le malattie, con il marito che uccide la moglie, il ragazzo che si buca, l’amminstratore che si fa corrompere…? E’ la prospettiva che rende il tutto sopportabile, e forse un po’ meno insensato. E’ la vista dall’altro che può ridimensionarci, consolare, indurci ad agire, reagire, pensare, perdonare.  Guardando all’altro e ad Altro. Ricollocandoci però non al centro di noi stessi, ma ai bordi estremi di questo mondo, fin dove non arriverebbe da solo lo sguardo umano.

Io sono atea ma sono anche cristiana. E se anche Gesà non fu davvero il figlio di Dio, certo ne è stato l’equivalente. Dopo 2022 anni stiamo ancora a ricordare la sua vita e la sua morte, il suo Vangelo. Annuncio pazzesco e semplicissimo: l’amore. Precisamente in quel mondo di barbari assatanati di vendetta, capaci solo di violenza. Ma al mondo di oggi manca Dio, esattamente come al mondo di allora. Smettere di fare finta di niente non ci toglierebbe niente, nessuna dignità illuministica, al contrario. Ci farebbe solo far pace con i nostri limiti.

 

19 luglio 2022

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *