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PASSARE COL ROSSO

Da automobilista, mi trovo infinite volte a passare un incrocio a semaforo verde, impunemente attraversato da pedoni che ignorano l’ALT, passando col rosso. Il paradosso è che, nel  fare ovviamente attenzione a schivarli, mi ritrovo a cercare un compromesso fra il mio diritto di passare secondo le regole e il loro abuso di passare violando le regole. Come me molti altri automobilisti. Alla violazione di un divieto cioè corrisponde, nella controparte, l’automatica tendenza a tollerare l’abuso, ad aggiustare le cose all’italiana. (“Ma sì è passato col rosso, che sarà mai?”). Preciso: il mio comportamento, come quello di molti altri, suggerisce questo atteggiamento accomodatorio, ma dentro di me devo faticare per tenere a bada l’ira. E se a volte mi permetto di cederle, dando un veemente segnale di clackson, il pedone o i pedoni che si trovano in mezzo all’incrocio quando dovrebbero pazientemente attendere sul marciapiede il segnale di AVANTI reagiscono con imprecazioni colorite e varie. Come se avessero ragione. Non hanno diritto di passare in quel momento, ma rivendicano il diritto di farlo lo stesso. Paradosso nel paradosso: alla fine, a protestare è chi viola la legge.

Se a Roma dopo giorni di accumulo di immondizia sul marciapiede al di fuori dei cassonetti, dopo giorni di mancato ritiro e pulizia delle strade da parte delle agenzie competenti, ci ritroviamo a fare lo slalom in mezzo a sacchetti sversati e maleodoranti, o a preferire passare in mezzo alla strada anche a rischio di essere investiti, vuol dire che stiamo mettendo in atto un altro atteggiamento accomodatorio-difensivo: piuttosto che lottare per ristabilire la giustizia (foss’anche la piccola giustizia quotidiana) ci adattiamo al peggio, all’ingiusto, al degrado. E se l’unica difesa è la class action – vedi il tentativo in questo senso del Codacons di forzare così Roma Capitale e Ama a ripulire le strade- vuol dire che la norma sta diventando il diritto violato, il precetto inosservato.

E’ proprio un mondo capovolto. Bravissimi a rivendicare diritti, diventiamo inadempienti nell’osservare doveri. La conseguenza è che l’irregolare sta inevitabilmente assurgendo al  rango di Regola, e che – è l’aspetto più inquietante – sembra diffondersi una tragica assuefazione a qualsiasi piccolo o grande sopruso. Tollerare la mediocre vessazione, o al massimo industriarsi per cercare la protesta o il rimedio fai da te al fine di difendersene, è sintomo di quanto questo capovolgimento di valori sia ormai infiltrato nel nostro costume, nella nostra società, nelle nostre menti. Ce ne stupiamo non più di tanto, e se cerchiamo provvedimenti, siamo rassegnati a sentirci noi dei fuori legge. Come i cittadini che non pagano più la tassa rifiuti temendo non solo che la cosa non porterà al risultato sperato (avere finalmente le strade pulite) quale sarebbe giusto, anzi normale, ma temendo ritorsioni da parte della Pubblica Amministrazione inadempiente. Il colmo.

Normale vuol dire nella norma, secondo norma. Su questa parola si sta giocando da anni una sottile partita ideologica, alquanto inavvertita. Qualcuno ha incominciato a colorare il concetto di normalità di tinte fasciste, razziste, discriminatorie. Chi è normale? Ci si è incominciato a chiedere. Nessuno lo è e tutti lo siamo. Dare al normale una dignità anche solo verbale comporterebbe ammettere il suo contrario: l’anormale. Da quando, a partire dal 1968, si cominciò a diffondere il geniale slogan “vietato vietare”, anche l’anormalità –incluso il non seguire le regole, il non adempiere ai doveri- ha acquisito diritto di libera cittadinanza. Sono fuori dalla norma se passo col rosso? Niente affatto: è fuori dalla norma, fuori tempo e fascista chi invoca o rimpiange il rispetto della norma.

Propongo un reintegro del concetto di normalità: basta con le ipocrisie post-sessantottine e falsamente egualitarie. Non siamo tutti uguali. Proprio come a scuola, quando li segnavano sulla lavagna, ci sono i buoni e i cattivi. I primi saranno pure antipatici, ma i secondi vanno rieducati.

 

27 luglio 2022

 

 

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