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PER LA FESTA DELLA MAMMA

Io mia madre non l’ho mai conosciuta. E’ morta di parto, quando sono nata io. Da piccola non mi sono mai fatta troppe domande. Lei non c’era, tutto qui. Autorevole assenza. Al suo posto c’era un’altra assenza, meno misteriosa, ma non meno inquietante, quella di mio padre. Che era vivo, aveva una faccia un nome, ma era così austero, severo, lontano. E poi era sempre fuori per lavoro. E così io cresco coi nonni e con la zia. Poi, con gli anni, una parola qui una parola lì, arrivano i dubbi, le domande. E se è morta perché non c’è una tomba, una fotografia, un vecchio vestito, una collana? Ma non sono tempi in cui i bambini possano porsi domande. Una volta sento la nonna borbottare con una vicina: “Quella poco di buono”.

Papà è sempre via per lavoro. E non sono neppure tempi in cui si possa affrontare direttamente un genitore, faccia a faccia: chi era, chi è, dov’è veramente mia madre?

Poi ,un pezzo qui un pezzo lì, un documento rubato in un cassetto, un pettegolezzo… si mette insieme la verità. Lei era stata una passione giovanile di mio padre, una relazione passeggera evidentemente. Già sposata, forse con altri figli. E contro tutte le regole dell’epoca, mi mette al mondo e mi lascia a lui, ragazzo padre. Ecco perché io mia madre non l’ho mai conosciuta

Questo,  in sintesi, quello che mi ha raccontato mia madre di sua madre, ovvero di mia nonna: io mia madre non l’ho mai conosciuta.

Però nemmeno io. Mi ha desiderata tanto, si capiva che aveva voluto compensare quella figliolanza negata con una maternità forte, motivata, piena di dedizione. E tuttavia, a parte questa voglia di famiglia sua, di cui io facevo parte con mio padre, io di mai madre non ho mai saputo molto altro. Anche io mia madre non l’ho mai conosciuta. Ci dev’essere, nel nostro DNA, a partire da quella “nonna per caso”, intendo, poi in mia madre, fino a me, una specie di gene della distanza. Io mia madre l’ho mai conosciuta perché non si faceva conoscere. E forse io non la volevo conoscere.

Una sera d’autunno, ho undici anni, ascoltiamo una canzone per radio, tristissima, che parla di una madre morta. Lei si affaccia alla finestra, mi da le spalle e piange. Crede che io non mi accorga perché sono solo una bambina. Non si ricorda quante cose non ci sfuggono quando siamo bambini. Solo quella volta l’ho intravista piangere per quell’assurdo, tremendo abbandono. Ma del resto c’era qualcosa in lei che piangeva sempre.

In ogni donna, si dice, c’è qualcosa che piange. In ogni donna, che sia madre o no. Ma poi tanto ogni donna è madre, anche se è single, zitella, suora, sterile, ogni donna è madre. E in ogni donna c’è sempre qualcosa che piange. Forse in ognuna di noi c’è qualcosa come quel gene della distanza, che poi  è la promessa del distacco. Perché tanto lo sai, per definizione che qualcuno ti lascerà, prima o poi. Sì, forse è il gene del distacco è quello che è presente in ognuna di noi. Infatti da ogni donna, fin da quando è bambina o poco più, si distacca ogni mese qualcosa, la potenzialità di un qualcuno, che poi, se invece un giorno sarà fecondato e nascera e crescerà, per definizione, in un modo o nell’altro, ti dirà comunque addio.

Io mia madre non l’ho mai conosciuta. Quando avevo appena cominciato a capire che cosa significa essere madre, coi figli abbastanza grandi per desiderare di tornare bambina, lei ha deciso un’altra volta di voltarmi le spalle e guardare un’altra volta fuori dalla finestra per non farmi vedere le sue lacrime. Ha perso la testa: demenza senile. E come avrebbe potuto morire una come mia madre, se non dimenticando, se non sfuggendo ancora una volta al fantasma di chi  le era sfuggita, abbandonandola?

Io mia madre non l’ho mai conosciuta. Quando avrei voluto e potuto, la sua mente è svaporata. E nella sua confusione, sono sicura che in me vedeva lei, rimproverando me di quell’abbandono lontano. E così si è rinchiusa in quella sua specie di pazzia. Si è protetta, forse. Perché come sua madre, anche io, crescendo, l’avevo abbandonata. E l’abbandonavo ora, che non avevo la forza di assistere a quella decadenza…

Ma ecco che c’è. Ora, nemmeno mia figlia ho mai conosciuto. Quella figlia che entra e esce, a stento mi saluta, si perde nelle sue fissazioni, nei suoi impegni, nelle sue manie…

Ci dev’essere… Ci dev’essere per forza, nel DNA di noi donne, il gene del distacco: perché è la vita che nasce per sparpagliarsi, evolvere, andare comunque altrove, comunque per altre strade.

Chiamiamolo pure il gene dell’addio. E allora ciao, mamma. Ciao, figlia.

°°°°°°

 

All’indomani della morte di mia mamma un caro amico mi mandò questa poesia

 

Se fossi pietra

scagliarmi vorrei sull’onda del mare.

Balzo dopo balzo,

su bianca e fresca schiuma d’onda,

poi un’altra, un’altra ancora, un’altra,

ancora ….. ancora…..

Sparire all’orizzonte …..

ogni sguardo, chi mi ama si perdesse,

onda ….. dopo onda ……

Perché, se fossi pietra,

venti metri dalla riva

tre metri sotto il mare,

compagna di  passate pietre.

Riempi ed usa la valigia

che ho lasciato.

Madre dopo madre

figlia dopo figlia

sarà con voi, sempre.

Fino alla fine.

Sempre.

 

7 maggio 2023

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