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PRIMA CHE SIA TARDI

E’ il mese dei morti. In genere muoiono sempre gli altri. E gli altri non si accorgono di essere morti. E quando gli altri saremo noi, neppure noi ce ne accorgeremo, così come non ci accorgiamo di cadere addormentati, di guardare da un’altra parte, di perdere la strada, di dimenticare. Epicuro aveva ragione: quando siamo noi, la morte non è, quando è la morte, noi non siamo. Pensieri di una agnostica che teme il nulla, di dimenticare e di essere dimenticata. E che coltiva i rimorsi verso quelli che le hanno preferito il nulla. Che cioè sono morti troppo presto, senza averle permesso di chiedere loro perdono, di stringere loro la mano, di fare loro una carezza, di dire quelle tre parole rimaste in gola, di entrare veramente nelle loro vite. Quando penso ai morti, ho verso tutti lo stesso rimorso, di non aver vuotato il sacco, di avere lasciato troppi discorsi in sospeso. E come potrebbe essere diversamente? Forse la morta sono io, che verso ciascuno di loro ho vissuto a metà, o per un quarto, o per un decimo, insomma per finta, mimando un affetto, un’amicizia, tenendomi sempre a distanza di sicurezza dalla verità, dalla fatica del sentimento.

Ma quanti modi ci sono di morire? Sotto le bombe, per un’idea, da soli in un letto d’ospedale, scegliendo di lasciarsi scivolare via perché vivere non ha più senso. O su una croce, per salvare l’umanità. Poi si può morire anche restando vivi e credendo di essere vivi. Alzandosi tutte le mattine, facendo sempre gli stessi gesti, pensando sempre gli stessi pensieri, rimanendo sempre uguali, fratelli delle pietre, che se cambiano, cambiano solo grazie alla goccia che le scava loro malgrado. E’ vero: muoiono sempre gli altri, ma forse anche noi siamo morti, o vivi per finta, come attori sulla scena. E allora chiediamoci perdono subito per questa vita recitata, come chiusa dentro una conchiglia, così pigra e al riparo dalla verità, prima che sia tardi. Prima che si alzi il vento, come cantava Giorgio Conte.

 

12 novembre 2022

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