
Per ascoltare invece di leggere:
Dopo il Lenny secondo Avallone, visto sabato al Marconi, ieri sono tornata a teatro, a vedere l’ultima -purtroppo ultima – replica di Gin Game di Donald Lee Coburn, con Giuseppe Pambieri e Pamela Villoresi, regia di Gianpiero Francese, Teatro Manzoni.
Non scrivo dunque per segnalare lo spettacolo, visto che le repliche sono ahinoi terminate, almeno per ora e almeno a Roma, ma per ringraziare. Il teatro, la produzione, il regista e ovviamente gli interpreti. In camerino, salutando Pamela dopo lo spettacolo, le ho detto che ci avevano fatto arrivare “alle lacrime”. Può darsi che, trattandosi di una scoppiettante commedia, lei abbia inteso che io abbia pianto dal ridere. In parte è vero, ma la causa principale della mia commozione è stata la bellezza del meccanismo e la bravura di loro interpreti. Il testo racconta di due anziani ospiti di una casa di riposo, che fanno amicizia tra loro e passano il tempo al tavolo da gioco: ben presto le loro partite a Gin Game fanno emergere solitudine, frustrazioni e conflitti. Un testo leggero ma denso, allusivo e disilluso, un ritmo travolgente basato su continue provocazioni reciproche.
Dov’è il confine tra commedia e dramma? A volte è sottile come un capello, ed è difficilissimo che l’amarezza arrivi allo spettatore in mezzo alle risate, che ha voglia solo di disimpegno. A meno che ad agire in scena e a portare tutto quello che c’è in un testo (ma anche e soprattutto quello che non c’è) siano due attori poliedrici come Pambieri e la Villoresi. Abituati alla tragedia (Pambieri- Creonte in Antigone, Villoresi in Memorie di una schiava, ma sono solo due esempi), non disdegnano di trascinare questi bagagli professionali in un’atmosfera leggera, anzi leggerissima. Mi sono commossa per l’infinita variazione delle sfumature dei loro personaggi così “disinvoltamente” riportate, e per le loro bravure di interpreti tra loro incastrate alla perfezione come in una partitura musicale. Grande prova! Mi sono commossa perché in uno spettacolo che potrebbe essere liquidato come una commedia brillante, ho “visto” la fatica di avere costruito un ingranaggio perfetto, e la gioia di costruirlo a ogni replica con la stessa apparente fluidità con cui si canta una canzone. Mi sono commossa per avere ricevuto l’ennesima conferma che dietro un gesto in apparenza semplice c’è un meccanismo spaventosamente complicato. Dentro ogni godimento, anche quello “leggero” che deriva dall’ascolto di una canzonetta, ci sono studio, fatica, emozione, profondità. Me ne sono accorta fino all’ultima sinapsi e ne faccio tesoro. Per questo grazie.
26 ottobre 2026
