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QUANDO SI DICE AVVENTO

La parola Avvento, volgarizzata dai calendari pieni di cioccolatini nei supermercati, vuol dire venuta. Il periodo che precede il Natale è caratterizzato dall’attesa di una venuta, e tutti noi in questa metà di mondo sappiamo perfettamente di chi. Sta venendo qualcuno e ci si prepara a questo arrivo: questo anche il senso del tempo liturgico che inaugura fin da adesso il nuovo anno. Tutti abbiamo sperimentato nella vita l’attesa di una novità, di un ospite particolarmente desiderato o importante, di un evento decisivo. In quel tempo il tempo si solennizza e si dilata, ogni gesto sembra venire compiuto in vista e in funzione di questo evento. Si apparecchia la tavola, si dispongono le posate d’argento, ci si veste in un certo modo, si lavora a un corredino, ci si concentra su quello che si dovrà dire a un esame… Si attende, si progetta, si prepara.

Nel mondo desacralizzato viviamo un’attesa tanto più frenetica quanto più vuota. Non sappiamo più bene che cosa vorremmo poter attendere. Dio è morto, ma non così la speranza di poterlo veder tornare da un giorno all’altro, sconvolgente parusìa, e insieme, di poter assistere a un cambiamento radicale nelle nostre vite che avvertiamo fragili, demotivate, di cui non riusciamo più ad essere protagonisti. E così, in mancanza di Dio, anche un’apocalisse può andar bene per riaddestrarci al senso, resituircene uno anche fittizio, anche in negativo. Ecco allora le ossessioni per pandemie, guerre, esplosioni atomiche, disastri ambientali, caduta di asteroidi, invasioni  aliene: l’attesa di una fine ci metterebbe nella condizione forse di  poter immaginare un nuovo inizio. Noi non siamo sempre gli stessi, anche se facciamo di tutto per dimenticarlo, per non accorgerci che l’assuefazione al dolore del mondo ci consuma, rendendoci disumani.

Ecco perché il Natale è tanto condiviso, anche da chi non crede più o non riesce a credere o non ha mai creduto. Soprattutto nei giorni che lo precedono. Perché ci dà il senso di un futuro, del fervente conto dei giorni in vista di quell’unico giorno, e che ci emancipa da quell’eterno presente insensato con cui ci stordiamo per non affrontare il nostro nulla, la nostra indifferenza. Incapaci di immaginare un domani, riempiamo di senso un count-down verso un giorno nel quale convergono le attese e le preghiere di tanti. Un giorno simbolico, che anche gli antichi riempivano di significato vitale, che ci addomestica a un’attesa comunque piena di speranza e di attenzione. Chi può, rimette in scena da oggi la nascita, restituendo aria e luce a polverosi presepietti di cartapesta o di coccio. Chi non può cerca di immaginare una luce sulle cui tracce orientare il faticoso cammino quotidiano, riaccendendo la partecipazione ai drammi del mondo. Un’occasione comunque, per tutti, per alzare gli occhi al cielo e riempire di attenzione i nostri sguardi. Potrebbe capitarci di vedere una stella.

 

27 novembre 2022

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