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SE DIO E’ AMORE

Quando fu eletto papa aveva una pioggia di elementi a sfavore: tedesco (esponente di una nazione che ancora oggi fatica a scrollarsi di dosso i pregiudizi derivanti dalle colpe del nazismo), già prefetto dell’ex Sant’Uffizio (ovvero erede di una istituzione quanto meno “chiacchierata” nella storia della Chiesa), per giunta così timido e austero… E soprattutto successore di quel concentrato di umanità, simpatia e trascinante forza comunicativa che fu Giovanni Paolo II.  E tuttavia, nei suoi quasi otto anni di regno ha lasciato un’impronta importante, che forse sarà meglio compresa fra qualche tempo. Per chi crede, certamente lo Spirito Santo si divertì non poco, in quell’anno 2005, a scrivere la storia della Chiesa: il papa tedesco dopo il papa polacco. Come non pensarci? Il papa figlio della nazione che aveva invaso mezza Europa successore del papa figlio della nazione che maggiormente aveva sofferto di quella invasione e del successivo conflitto. In quell’aprile avemmo tutti la sensazione che la storia si fosse chiusa, che gli orrori del novecento potessero considerarsi definitivamente archiviati, o quasi. Ad Auschwitz sembrò pensarci perfino il Padreterno, quando nel maggio del 2006, mentre Benedetto XVI parlava di pacificazione e perdono proprio alle porte del lager, apparve in cielo un arcobaleno. Anche Dio usa la retorica?  Il papa tedesco gli aveva appena chiesto perché avesse taciuto in quegli anni bui, di fronte a tutto quell’orrore. E tuttavia aggiunse di avere sentito la necessità di tornare in quel luogo memoria di orrore, anche e proprio in quanto tedesco.

Tedesco, Benedetto XVI lo è profondamente anche per la sua struttura mentale, di teologo e filosofo. Impossibile non pensare, ascoltando i suoi discorsi così estesi in profondità o rileggendo i suoi testi pieni di finezze teoretiche, a pensatori classici come Schleiermacher, Schelling, Hegel … come pure a Karl Rahner o allo stesso Heidegger, senza escludere neppure i maestri della fisica quantistica, Bohr e Heisenberg… argomenti da lui più volte approfonditi. Come papa, Ratzinger è stato un concentrato di spiritualità strettamente ancorata al tempo presente e, insieme, alla custodia della Verità, alla difesa dell’Immutabile di contro al Relativo, che invece tanto seduce questo nostro tempo. Di qui la sua scarsa disponibilità a concessioni un po’ “ruffiane” sul piano teologico o dottrinale, di qui, forse, la sua conseguente impopolarità.

Dispiace che in pochi, paralizzati di fronte alla soggezione che questa figura così ferrea e claustrale ha sempre provocato, si siano accorti della sua “tenerezza sacerdotale”. Nell’udienza generale del 16 gennaio 2013, poche settimane prima della sua coraggiosa rinuncia, parlò del bisogno di trascendenza che appartiene perfino a chi non crede, benché ne sia spesso inconsapevole. “Il desiderio di conoscere Dio realmente, cioè di vedere il volto di Dio è insito in ogni uomo, anche negli atei. E noi abbiamo forse inconsapevolmente questo desiderio di vedere semplicemente chi Egli è, che cosa è, chi è per noi. Ma questo desiderio si realizza seguendo Cristo, così (…) vediamo infine anche Dio come amico, il suo volto nel volto di Cristo”.

Non era la prima volta che il papa tedesco definiva Gesù “amico”, e che cercava di mostrarci Dio come persona: una tenerezza che si ritrova del resto tra le righe della sua prima enciclica il cui titolo non potrebbe essere più esplicito e anche più struggente: Dio è amore. Penso che dovremmo ringraziarlo proprio per questa delicatezza di rimarcare una realtà tanto ovvia da risultare sfuggente, a rischio di dispersione tra le altre innumerevoli ovvietà insensate che ci accerchiano da ogni parte.

Tutti abbiamo bisogno di questo semplice promemoria: Dio è amore. Tutti, soprattutto chi presume la propria fiera, un po’ patetica autosufficienza e chi ostenta una scapigliata immunità al richiamo verticale del cielo.

 

29 dicembre 2022

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