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SE SAPESSIMO VEDERE

“Se sapessimo vedere, sapremmo anche disegnare”. Me lo ripeteva mio padre, che era proprio del mestiere. All’epoca non lo capivo. Poi, dopo la sua morte, io che per soggezione filiale mi ero sempre tenuta alla larga dalla sua “bottega”, mi sono messa finalmente a studiare nel tentativo di recuperare il tempo perduto e ho finalmente capito che cosa intendeva con quella sua affermazione e soprattutto che cosa comportava.

Comportava la denuncia implicita che in ambito educativo era ed è ancora in atto una specie di ottusa e bigotta coalizione  per inibire  la sfera emotiva, o almeno per controllarla. Vuol dire che fin dalla scuola elementare veniamo addestrati a minimizzare la portata della nostra vista (così come del nostro udito, di tutti i nostri sensi) in favore della costruzione di una impalcatura di simboli astratti, categorie, concetti sempre più complessi e sempre più lontani dalla nostra esperienza diretta.

Tutti veniamo infatti indistintamente alfabetizzati e addestrati a far di conto. Quell’universo di astrazioni –lettere, numeri- ci condizionerà per tutti gli anni a venire, allontanandoci sempre più, e in modo sempre più perfezionato, dalla percezione immediata (non-mediata, ovvero libera e sincera) della realtà. Fin da bambini, veniamo cioè progressivamente e sistematicamente rimossi dal rapporto diretto con ciò che ci circonda, in favore di una riduzione della realtà al suo duplicato concettuale ed astratto. Ovviamente il processo ha la sua utilità pratica e non ne discuto la buona fede iniziale. Ma ha anche un tragico risvolto. Invece di fidarci di ciò che i nostri sensi ci permettono di esperire, siamo inesorabilmente indotti a riferirci a un universo di convenzioni istituite da altri prima di noi, e che sembra avere come scopo sottointeso la volontà di costruire una società di omologhi. E’ ovviamente giusto e inevitabile che tutti ci si comprenda, che tutti si possa fare riferimento a un codice o a una pluralità di codici comuni, ma il processo educativo non dovrebbe con ciò penalizzare tutto ciò che rientra invece nell’apprendimento personale, e che passa per l’appunto attraverso i nostri sensi. Nei confronti dei quali sembra essere invece in atto una specie di censura preventiva e indiscriminata. Risultato: quello che vediamo non è ciò che ci apparirebbe se ci affidassimo alla verginità del nostro sguardo. E’ ciò che decidiamo anticipatamente di vedere attraverso il filtro di quelle categorie che ci vengono sistematicamente “iniettate” senza che ne accorgiamo più. Ciò che vediamo è ciò che altri ci permettono di vedere.

“Non so disegnare”. “Non so cantare”. Lo dice la maggior parte della gente. Non è vero. E’ vero che nessuno ce lo ha mai consentito, che nessuno ci ha mai accordato la libertà di guardare e ascoltare, fidandoci dei nostri sensi. Impossibile non tornare al sospetto di un progetto normalizzante  in atto da anni, forse da secoli.

Del resto , fermandoci all’atto del vedere, generatore di tante opere d’arte, impossibile dimenticare che in greco il verbo suona idein, da cui la nostra parola idea. Chi vede, ha idee. Solo chi impara a vedere – e non si lascia accecare o condizionare da ciò che altri vedono o credono di vedere e farci vedere-  può davvero pensare.

 

 

26 luglio 2022

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