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SE TUTTI I PRETI FOSSERO BENIGNI

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Se tutti i preti fossero benigni. Benigni verso noi popolo di Dio, che spesso e volentieri alle loro prediche e alle loro sante messe ci addormentiamo. E prendessero spunto da Benigni, il guitto: se tutti i preti (quasi tutti, diciamo) fossero lui. Come lui, più o meno. Del resto non è la prima volta che un guitto (uso il termine in senso nobile, un incantatore di serpenti, un pifferaio magico) assume ruoli istituzionali. Penso a Ronald Reagan, a Beppe Brillo, a Zelenski… Benigni sarà il prossimo papa?

Roberto Benigni soggetto divisivo, come bene esprime questo aggettivo un po’ troppo inflazionato. Divisivo come la storia della famiglia nel bosco, l’inseminazione artificiale, i vaccini Covid, la cosiddetta violenza di genere e la vera ricetta dell’amatriciana.

A me non è mai stato molto simpatico. Come artista lo trovo monotono, sempre uguale a se stesso. L’opposto di ciò che dovrebbe essere un vero attore: restare sempre se stesso riuscendo però a scomparire di volta in volta nel personaggio. L’attore Benigni invece non scompare mai. Ma si dirà che Benigni non è un attore. Non solo. E infatti. Come “agente” di se stesso lo trovo fin troppo furbo e disinvolto: come molti dicono, capace di vendersi a destra e a manca, indifferentemente, di strizzare l’occhio a conservatori e progressisti, in forza di una battuta. Prova ne è che, amato e sostenuto dalle sinistre, è riuscito a fare bingo con l’ultima performance su san Pietro, un tema non esattamente laico, riuscendo a rappresentarlo addirittura dentro i “sacri” Giardini Vaticani, non precisamente aperti al pubblico e spesso neppure ai dipendenti dello Stato.
Tornando a Benigni, anche altri temi “sicuri” e universali su cui ha intelligentemente puntato in precedenza, come la nostra Costituzione o il sommo Dante, hanno contribuito in me a rafforzare la sua immagine di abile venditore di se stesso, o meglio di quel nuovo se stesso che – astutamente prevenendo la ormai incipiente consumazione della sua maschera giovanile, Stenterello dei nostri tempi – inclina piuttosto verso una sintesi fra brillante conferenziere, pirotecnico docente, sapiente menestrello, furbesco imbonitore.

Io sono della schiera di quelli che, tutto quanto premesso, e nonostante tutto quanto premesso, ha enormemente ammirato questa sua ultima performance vaticana. Con una punta di invidia, anche. Lui ha spadroneggiato dietro l’abside della basilica, io devo spesso discutere con i gendarmi solo per passare da un lato all’altro dello Stato, per accedere agli uffici e sbrigare ordinarie questioni amministrative di ex dipendente.)

Ma l’invidia è semmai per lo straordinario, trascinante entusiasmo che ha dimostrato (o magari interpretato, da attore) per una materia sacra, non particolarmente familiare a tanti di noi. Ed è una invidia “traslata”, la mia: quella che secondo me dovrebbero provare i miei amici preti che, quando predicano o fanno anche solo il catechismo ai bambini, non riescono mai a emanciparsi da un tono spesso piagnucoloso o monocorde, tanto educatamente pacato da diventare soporoso e, non si sa come, per nulla convincente. Come se a volte, non sempre, neppure i preti credessero a quello che dicono, ivi incluse certi giovani tonache social che impazzano in questi mesi su Instagram con toni fintamente smart e grottescamente disinvolti, che vorrebbero “diluire” la teologia in furbetti quanto improbabili reel catechetici. La loro fede insomma non sembra quasi mai capace di smuovere davvero le montagne. Il monologo di Benigni neppure, si dirà, però qualche “vittima” quella fede magari solo recitata, la farà. Qualche dubbio, qualche insolito interesse e inedita curiosità riuscirà a suscitarli, in fedeli ordinariamente sopiti e assopiti.

Ma non ho apprezzato Benigni solo per questo. In un passaggio del suo monologo, quando raccontava dell’ultima cena e del principale lascito di Gesù all’umanità (“amatevi come io ho amato voi”, “amate i vostri nemici” etc), ha saputo sottolineare (o mi è sembrato proprio che sottolineasse) con particolare intenzione e orgoglio politico che in quello sta la più grande rivoluzionaria novità del cristianesimo: una consegna assolutamente inedita nel panorama del mondo antico e senza repliche anche nel mondo contemporaneo. Qualcuno dirà che è la scoperta de l’acqua calda. Non se sarei sicura. In questo qualsiasi catechesi o cammino pastorale è una riscoperta dell’acqua calda. Io ho visto in quella sottolineatura (la grande novità del cristianesimo, l’uso stesso del termine “cristianesimo”, parola desueta, quasi messa al bando, o nel dimenticatoio, ammantata di pudore) un rigurgito di fierezza tutta “occidentale” nei confronti di altre culture. Come se si fosse permesso, contro il mainstream attuale che apre indiscriminatamente le porte allo straniero senza curarsi degli effetti a volte deleteri che questa invasione “aliena” provoca nel tessuto delle nostre società e delle nostre tradizioni anche religiose, come se si fosse permesso di ricordarci dov’è la nostra forza, la nostra unicità, la nostra identità. Come se si fosse permesso di dire tra le righe che non è il caso di staccare i crocifissi per non offendere lo straniero o di non fare il presepe per non turbare i fedeli di altre religioni…

A meno che… a meno che io non abbia capito tutto il contrario il sottotesto benigniano: ricordandoci con tanta veemenza, entusiasmo e convinzione l’invito ad amare i nostri nemici, Benigni ha voluto invitarci a sorridere loro anche e soprattutto quando ci inducono a togliere di mezzo i crocifissi o quando sembrano imporre le loro usanze sulle nostre.

Di nuovo, evidentemente questa accattivante, in apparenza inoffensiva ambiguità del guitto gioca a favore della sua universale accoglienza da parte di tutti. O quasi.

 

13 dicembre 2025

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