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TRE TESTIMONI

Per ascoltare invece di leggere:

Non so perché nel mio “cuore di telespettatrice” e di giornalista accomuno tre campioni della mia professione: Franco Di Mare, morto due giorni fa, Mino Damato e Enzo Tortora. Cerco elementi in comune: due di loro si sono impegnati in politica, due di loro hanno lavorato su fronti di guerra, due di loro hanno adottato bambine orfane di guerra, due di loro sono stati vittime benché indirette (penso soprattutto a Tortora) della professione, per tutti e tre la professione si è strettamente intersecata con la vita, tutti e tre, quando raccontavano fatti, ci apparivano credibili e soprattutto trasparenti: persone per bene, che si sono esposte in prima persona, fino all’ultimo, che, come si dice oggi, “ci hanno messo la faccia”.

Che cosa fa la differenza fra un buon giornalista e un giornalista mediocre? Che il primo ci crede, partecipa, racconta, il secondo riferisce. Il primo interpreta, il secondo si limita ad eseguire. Si dice che il vero giornalista debba limitarsi all’oggettività. Che parola presuntuosa, che irraggiungibile mito. Il giornalista resta un uomo, impossibile non si senta coinvolto umanamente nei fatti di cui è testimone, nel bene e nel male. Ascoltando le cronache di Di Mare, Damato e Tortora, non venivamo mai sopraffatti dalle loro personali o faziose visioni della realtà, in compenso respiravamo la loro partecipazione autentica ai fatti. E’ sempre questo che fa la differenza, la passione, in ogni impresa che ci vede coinvolti, in ogni mestiere o professione.

Mi sono sempre chiesta che cosa, su un fronte di guerra, spinga per esempio un fotoreporter a continuare a sparare scatti piuttosto che a soccorrere i feriti. Mi sono sempre chiesta dove risieda maggiormente l’umanità, se nel documentare ad ogni costo, ovvero nel soccorrere chi ha bisogno. Di fronte ai fatti drammatici che hanno raccontato, anche in contesti diversi, Di Mare, Damato e Tortora mi hanno fatto convinta che il racconto (il buon racconto) può essere una variante del soccorso, della partecipazione attiva al dolore, insomma l’esatto contrario dell’indifferenza.

Uno dei miei personaggi immaginari, una mia creatura, protagonista del webromanzo Tre uomini è il fotoreporter Diego, che, dopo avere documentato infiniti orrori sui fronti di guerra, viene colpito da un blocco psicologico: ne ha vite troppe, non riesce più a scattare neppure una foto di compleanno. Solo la rinnovata partecipazione alle storie degli altri, grazie all’esempio di un giovane amico musicista, sensibile e generoso, lo riaddestra all’emozione, al giusto equilibrio fra documentazione e partecipazione, in una parola al dovere della testimonianza.

Di Mare, Damato e Tortora: tre testimoni. Ecco perché ce li ricordiamo e ce li ricorderemo. Solo la realtà vissuta autenticamente può essere tramandata, ha diritto a non essere dimenticata.

 

19 maggio 2024

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