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UNA SOSTA AL TAVOLINO DI UN BAR

Qualche mattina fa mi sono fermata al caffè Faggiani di via Ferrari a Roma, zona Prati, anzi più precisamente quartiere Della Vittoria. Quattro chiacchiere seduta a uno dei tavolini esterni insieme alla mia amica Evelina Piscione, professoressa di filosofia. Lei caffè io tisana. (Lei deve “darsi un tono” perché quello dell’insegnante è un ruolo sempre più delicato. Io devo darmi una calmata, perché ho sempre troppe idee che mi frullano).

Radiosa mattina di fine estate, settembre limpido e asciutto. Faggiani è un locale d’antan quanto basta. Resiste quasi immutato negli arredi e certamente nell’insegna esterna almeno dagli anni settanta del secolo scorso. Nella chiusura forzata di tanti negozi e locali storici, uno che resiste nel tempo e alle mode è quasi la conferma dell’esistenza di Dio.

Il marciapiede è abbastanza largo per ospitare sia i tavolini esterni sia il comodo andirivieni dei passanti. Parlando con Evelina di  questo e di quello (la salute, le imminenti elezioni politiche, il ricordo degli “anni di grazia” in cui eravamo studentesse nella stessa facoltà, le giovani generazioni, il perduto senso del futuro….) non posso impedirmi di far cadere l’occhio appunto sui passanti.

Il Della Vittoria è un quartiere molto vivace: la concentrazione di diversi tribunali, sedi Rai e studi professionali giustifica il pullulare di varie tipologie di persone. Saranno stati nella maggioranza avvocati, registi, giornalisti, aspiranti conduttrici televisive, segretarie di studi legali i personaggi che ci sfilavano davanti. Forse la pacatezza finalmente conquistata al tavolino di un caffè, forse l’assenza di impegni di lavoro mi hanno fatto notare in questi passanti qualcosa cui in un altro momento non avrei fatto caso: la fretta. E va bene, che c’è di strano? Andiamo tutti di fretta. Marciamo più che camminare, ci incrociamo con i rispettivi cipigli e se per sbaglio ci urtiamo neppure ci chiediamo scusa. Niente di nuovo. Però la fretta degli altri, contemplata da una insolita isola di calma fa pensare. Fa paura. I passanti passavano. Noi potevamo osservarli, studiarli benché nel fugace istante del loro frenetico incedere davanti a noi, loro invece neppure ci vedevano: eravamo arredo metropolitano insieme ad altri, seduti ad altri tavolini. Questo andare aggressivo e ignaro di qualsiasi contesto o alterità, animato dall’unico scopo del momento, essenziale quanto a ben vedere effimero ( se appena visto da un altro punto di osservazione) mi ha improvvisamente rivelato l’effimero della vita, marcia forzata di pretestuosi scopi messi in fila e deposti sull’altare dell’Efficienza, a cui sacrifichiamo il meglio di noi stessi.

Ho visto cupi impiegati con lo sguardo spento, aggressive quarantenni con labbra rifatte e tacco dodici, mesti e ingrigiti professori appesi alle loro grigie cartelle… Nessun orizzonte, nessun progetto, nessuna speranza. La tisana si intiepidiva nella tazza, mentre la mia vivace compagna si accendeva in mai sopite dialettiche. Quelli passavano e noi restavamo, nel senso dell’affine termine inglese “to rest”: riposavamo, ovvero l’esatto opposto di andarcene o dimenticare.

Benito Jacovitti, notissimo disegnatore umorista, era solito fermarsi al tavolino di un bar passando le ore solo a veder passare le persone. Spunto insostituibile per il suo lavoro: esercitare lo spirito di osservazione, di critica, di immedesimazione, di arguzia. Certo non tutti possono permettersi soste contemplative di questo genere e renderle anche artisticamente produttive. Ma quando anche noi passiamo a testa bassa inseguendo il transitorio impegno del momento, potremmo per qualche secondo provare a immergerci nello sguardo di chi è fermo al bordo della strada (avventore di un bar, mendicante, sfaccendato, passeggero di autobus in attesa alla fermata…) e autoritrarci un istante in quella implacabile sgambata. Vederla cioè da un altro punto di osservazione, in una parola cambiare la prospettiva. Potrebbe accaderci di rallentare per un secondo. Giusto il tempo di sollevare lo sguardo e incontrarne un altro. Oppure di guardare in alto.

 

19 settembre 2022

 

One thought on “UNA SOSTA AL TAVOLINO DI UN BAR

  1. Paolo C.

    Questo é nulla, prova a guardare in strada automobilisti, camionisti, ciclisti, motociclisti e pedoni.
    Ti si accappona la pelle e si rizzano i capelli.
    Questo succede da oltre 30 anni, almeno da quando ho iniziato a notarlo
    Ciao

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