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VOLEVO ESSERE UN DRONE


Per ascoltare invece di leggere:

Volevo essere un duro, cantava quel ragazzino posone, facendosi un vanto della propria fragilità. Io invece volevo essere un drone, e tuttoggi lo vorrei: conquistare le altezze. Me ne frego della falsa umiltà. Quand’ero piccola io, si poteva al massimo sognare di essere un fringuello, un’aquila, un piccione. Oggi il drone aggiunge alle ali (di cui peraltro non ha bisogno) la tecnologia e l’intelligenza. Beninteso quando ce l’ha, l’intelligenza, e non è una stupida macchina armata.
Guardare dall’alto, che sogno. Quasi meglio dell’invisibilità. Guardare dall’alto ma non in quel senso del “guardare dall’alto in basso”,dell’alterigia, della prosopopea, della presunzione di superiorità. O dei satelliti spia. Guardare dall’alto per conquistare tutte le prospettive e le direzioni possibili, esercitare il pensiero, ampliare lo sguardo. Oggi ci siamo fossilizzati su un senso unico, un solo orientamento: orizzontale. Dagli occhi allo schermo. (Del pc, del telefono, del tablet.) Che piattezza, che noia, che neutralità. Il mondo finisce dove qualcun altro ce lo racconta. E se non c’è su Internet non esiste, non è successo, non vale. Immagina invece di salire, di poter guardare non dai tetti ma da sopra i tetti. Prospettive fino a ieri inarrivabili

Quello che per primo ci provò cadde miseramente. Ingenuo Icaro. Ma a quei tempi l’uomo ancora si poneva limiti. E il mito gli serviva infatti da super-io, da deterrente: chi troppo in alto sal cade sovente… precipitevolissimevolmente. Perfino la parola più lunga della lingua italiana fu messa a servizio, nel detto popolare, di quella prudente raccomandazione. La massima lunghezza verbale… per frenare la massima tentazione dell’altezza.

Ma la scienza se ne frega della prudenza, benedetto Leonardo, che progettò le macchine volanti tanto da conquistarsi l’intestazione di un aeroporto, uno dei più belli del mondo. E a proposito di aerei e di aeroporti: io quando sto lassù ho quasi un orgasmo. Attaccata al finestrino non mi capacito di quanto il mondo appaia pulito, geometrico e insieme brillante come un mosaico, originale come la fantasia di una cashemire pregiato: campi arati e campi verdi, labirinti urbani, grovigli di autostrade e minestre di luminarie, insenature e golfi simili a disegni di bambini, montagne come mucchietti di sabbia e autotreni come giocattolini… “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.” pare abbia detto Gagarin nel suo primo volo orbitale, nel 1961. E chissà che altra vertigine inesprimibile avrà provato, tanto più proveniendo da quel muffoso mondo di allora, pieno di barriere fisiche e mentali, intriso di tensioni, diffidenze e pregiudizi.

Beninteso, io non smanio tanto di salire di persona. Al posto di Gagarin avrei detto “no grazie”. Come pure a chi mi proponesse un giro in deltaplano, ci mancherebbe. Mi stuzzicano semmai le provocazioni della tecnologia messa a servizio dei sogni archetipici dell’umanità: il drone ci fa diventare Icari senza farci muovere da casa, ci mostra il mondo senza la fatica di doverlo andare a cercare. Essere proprio un drone, mi piacerebbe, ammasso di acciaio, plastica, fibra di carbonio privo di coscienza, dotato solo di sguardo. Se tale fossi, e non questa palletta di molle e pusillanime ciccia, non avrei paura di cadere né bisogno di dosare le mie forze, studiare virate, planate, direzione dei venti e densità dell’aria: sarei sempre telecomandato da qualcun altro. Che sollievo. Il che aprirebbe a questo punto anche il tema della fede: e se lo fossimo sempre, telecomandati, anche senza volare, se lo fossimo anche quando presumiamo di muoverci, agire, fare, disfare, scegliere o rifiutare secondo le nostre intenzioni?

Ecco come anche solo immaginare di essere droni già basta ad aprire prospettive insolite, a guardare e a pensare da un altro punto di vista

Agli antichi greci siamo debitori di due straordinarie invenzioni, fra loro collegate: la scultura a tutto tondo e la filosofia. Solo una civiltà capace di rappresentare la realtà a tre dimensioni (quando fino ad allora si usavano solo i bassorilievi) poteva sentire il bisogno di inaugurare il pensiero: attraversare tutti i possibili punti di vista, vivere a trecentosessanta gradi. Dunque, in ultima analisi, il drone è una conquista degli antichi greci.

Io volevo essere un drone però, aì, per ricordarmi fieramente di essere un po’ figlia di quella civiltà ma anche per diventare sorella del principe felice di Oscar Wilde, la statua ricoperta d’oro che dalla sua postazione alta sopra la città ne vedeva tutte le brutture e le disgrazie e ne provava pietà. Impossibilitata a muoversi, la statua del principe ingaggiò un rondinotto che col becco lo spogliasse mano a mano del suo rivestimento d’oro per portarlo in elemosina a chi moriva di fame. Per questo volevo essere un drone: per ricordarmi che restare immobili è un delitto.

 

14 dicembre 2025

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