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TE QUIERO, SUR

Non ricordo esattamente quando l’ho conosciuto, il che vuol dire che forse, in qualche modo, lo conosco da sempre:  Juan Valenzuela Vergara è nato in Perù 77 anni fa. Da 50  vive in Italia. Ha lasciato la sua terra per una  avventura analoga e contraria a quella di Colombo, e che, come fu per Colombo, lo ha guidato alla scoperta di un nuovo mondo. Se non che era proprio il suo mondo. Qui nelle nostre università ha studiato per tutta la vita e ancora studia i misteri e i tesori del continente sudamericano e in particolare delle culture precolombiane, soprattutto  andine. E’ venuto nella nostra terra per meglio studiare e conoscere la propria. Bisogna staccarsi dal quadro per vederne i particolari. Lauree in Filosofia e Sociologia, ha frequentato le università italiane(Roma), belghe (Lovanio), svizzere, vaticane… Ha girato mezza Europa su una Fiat 500, esploratore infaticabile di fonti storiche. Non più peruviano e mai abbastanza europeo. Figlio di due mondi.

E’ un professore minuto, dolcissimo, un signore sempre cortese e sorridente, con il volto ambrato come tutte le genti delle Ande, ma dove io leggo i tratti familiari che accomunano tutti i Sud del mondo, gli occhi vagamente a mandorla, le rughe che annodano con la medesima, paziente dignità, gioie e dolori. In lui rivedo i tratti dei miei antenati, della mia nonna calabrese, tracce di estremo oriente e anche di Africa, insomma il riassunto di tutti le etnie della terra, delle nostre origini comuni. Col suo forte accento ispanico mi chiama affettuosamente “Lauretta”, come solo resistono a chiamarmi le mie anziane zie, anche se sono quasi vecchia, contribuendo così a rafforzare la mia sensazione di avere in lui un antenato simbolico, una specie di padre putativo universale, da condividere con tutti i popoli del pianeta. Non so che cosa ho fatto per meritarmi la sua stima e perfino la sua ammirazione. Mi coinvolse una prima volta nella conduzione di un convengo di approfondimento sulla cultura ispanoamericana a  Roma, e da allora quasi ogni anno mi invita a svolgere questo onorevole ruolo per il quale tuttavia mi sento sempre inadeguata, anzi decisamente indegna.

Di fronte alla dolcezza di Juan si ha di fronte la mite resilienza di interi popoli. Tutti quelli che l’aggressiva Europa ha sottomesso nei secoli, causandone l ‘estinzione. Osservare il discreto professor Valenzuela Vergara nel suo trench borghese porta naturalmente il pensiero all’ imperatore Inca esule dal palazzo di Cuzco avvolto nel suo coloratissimo mantello, così come al sacerdote del santuario di Pachacamac strappato alle sue funzioni da eserciti di agguerriti  conquistadores… Ma anche alle schiere infinite di emigranti delle nostre terre dispersi per il mondo, alla diaspora di esuli di ogni paese, che per fame di cibo o di sapere hanno lasciato le loro case, accettando un destino di apolidi.
Solitario eppure in comunione con tutto il mondo, il suo e il nostro,  Juan mi testimonia che davvero la terra è una, per chi la contempla con occhi di bambino e insieme di saggio. Profondo conoscitore della cultura quechua, il gruppo etnico più importante dell’impero inca, Juan mi ha spiegato con entusiasmo l’importanza del pronome “noi” per quel popolo: un pronome spesso preferito al pronome “io”, in quanto inclusivo della intera comunità.

Grazie, professor Valenzuela Vergara, per la tua infaticabile dedizione alla ricerca delle radici di tutti noi, che affondano nell’inconscio del pianeta intero, quell’inconscio fisico e culturale superbamente descritto da Fernando E. Solanas nella struggente Vuelvo al Sur musicata da Astor Piazzolla. QUI nella intepretazione di Caetano Veloso.

 

4 novembre 2022

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