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IL SONNO DELLA RAGIONE…

Ho passato metà della mia vita a cercare di far addormentare alcune persone. E l’altra metà a cercare di svegliarle. Tra queste persone ci sono io stessa. Da ragazzina avevo paura del buio e faticavo per addormentarmi. E così tenevo sempre la radio accesa. Ero anche ipocondriaca e avevo paura di non svegliarmi più. E dunque ero insonne.

Ora che sono adulta lotto invece per restare sveglia, più che altro vigile, se non altro per non farmi prendere dal torpore dell’età avanzata. Quando ero giovane e vedevo mia mamma che crollava nell’incoscienza davanti a un film horror o d’azione le chiedevo come fosse  possibile per lei non restare a occhi sbarrati davanti a certe scene. E lei si stringeva nelle spalle… Oggi lo chiedo a me stessa. E mi stringo nelle spalle.

Ho passato un infinità di tempo a cullare i miei figli neonati perché si addormentassero quando decidevo io. Ingiungevo loro il sonno, glielo comminavo con la severità del giudice che condanna un mafioso all’ergastolo. Dovevano dormire per lasciar dormire me, stremata dagli allattamenti e dai loro vagiti. Il primo figlio l’ho ninnato con rabbia, quella culla era una barca in un mare forza otto. Con la seconda ho usato la tecnica nazista di lasciarla piangere al buio fino allo sfinimento quando, giocoforza, si addormentava. Poi, negli anni della scuola, ho dovuto lottare per svegliarli. Meritato contrappasso.

Il sonno è sempre degli altri, scrive il filosofo francese, Jean-Luc Nancy, che ha scritto un libro intitolato Cascare dal sonno. Quando dormiamo,  dormiamo per gli altri, non per noi stessi. Non esiste più un “sé”  quando dormiamo. Ci assentiamo da questo mondo, e insieme ci pioviamo dentro, vi siamo profondamente immersi. Quando dormiamo, non sappiamo di essere addormentati, lo sanno solamente gli altri: gli anestesisti, se siamo su un tavolo operatorio, i passeggeri con cui condividiamo la stessa carrozza in treno e davanti ai quali piombiamo miseramente…  E poi quelli che ci rimboccano le coperte se siamo bambini, o che ci cantano le ninne nanne o ci scuotono dentro una culla o ci raccontano una favola fino a che arriva l’omino della sabbia ad appensatirci le palpebre fino a che si chiudono…

Sono sempre gli altri che vedono il nostro sonno. Ed è sempre agli altri che offriamo il nostro sonno. E viceversa: sono sempre gli altri che dormono. Così come sono sempre gli altri che muoiono. Noi ci illudiamo di essere sempre svegli. Infatti non sappiamo di dormire quando dormiamo. Lo sappiamo quando abbiamo dormito. E a volte ce lo provano i sogni. To sleep, to die…maybe to dream…

Davanti a me si sono addormentate un sacco di persone. Non solo i miei bambini. Per esempio in treno, appunto, o in aereo o in metropolitana. Una volta mi è capitato anche in ufficio. Io lavoravo. Il collega di là lavorava… A un certo punto sento un respiro pesante. Si era accasciato sopra il computer. Anche nella sala d’aspetto del dottore ho visto persone crollare. E  anche mentre stavo parlando..! I casi sono due: o sono una persona tremendamente noiosa, oppure ispiro fiducia. C’è anche da dire che dormo pochissimo, sono sempre presa da una febbrile insonnia creativa. E’ logico che mi tocchi di imbattermi nel sonno degli altri.

Il sonno degli altri in effetti è un dono. Quando scompare la coscienza, quando il controllore onniscente del super-io si dilegua, quello che rimane è sempre la parte più indifesa delle persone. Cioè la più bella. A una persona addormentata sfugge sempre il meglio.
La sua resa, la sua innocenza, il suo abbandono, il suo candore. La sparizione  di ogni maschera. La sincerità. Quando dormiamo, anche se non ci siamo, ci siamo eccome. Ci siamo con tutto di noi stessi. E siamo come siamo, finalmente. Incluso il russare, le pose scomposte, le nudità incontrollate, i brandelli di parole involontarie…

E così, dopo anni che ho combattuto contro il sonno, il mio e quello degli altri, ho imparato ad assecondarlo. Anzi, a contemplarlo.

Perché Morfeo si chiamava così? Perché “morfè” in greco significa “forma”. Infatti il sonno produce un’infinita di forme: tutte quelle che sogniamo, sì. Ma anche nei corpi dei dormienti il sonno genera forme stupende, li scolpisce di provocante grazia e insieme di innocente lascivia…

Però “il sonno della ragione genera mostri”, titola una incisione di Francisco Goya. Che ha ispirato tanti filosofi razionalisti del suo tempo, tanti illuministi. Se la ragione dorme, se non controlla la fantasia, da noi stessi escono brutture, argomentava il pittore spagnolo. Se invece le due si alleano, nasce l’arte.  Significa che dunque dovremmo rimanere svegli anche quando dormiamo? E’ questa un’illusione dei pensatori di tutte le epoche, che vagheggiano menti sempre controllate e autocoscienti, costantemente padrone di sé.

Io penso invece che ai nostri tempi possiamo finalmente permetterci di capovolgere la prospettiva: la razionalità è stata in parte sconfessata, o quanto meno ridimensionata. Contro Goya a contro tutti i razionalisti potremmo affermare che oggi  è proprio la continua veglia della ragione a generare mostri. E’ proprio l’incapacità a lasciarci andare a renderci a volte macchine mostruose e inumane.

Dormiamo allora un po’ di più. O almeno sogniamo da svegli, se necessario. Perché è vero che chi dorme non piglia pesci, però…

Tra  i meravigliosi dormienti che ho incontrato, ci sono comunque anche  quelli che sembrano svegli, anzi sveglissimi, e che invece dormono. Anche questi ho provato a svegliare, illusa. A buttarli dentro questa vita vera, a guardarmi davvero negli occhi, a riconoscere la realtà intorno a loro. Impresa disperata. Sono costoro quelli con il sonno più duro, proprio perché travestito da impegno, attivismo, missionarietà, frenesia, autodifesa, crociate di valori, battaglie impossibili, pregiudizi mascherati da strenue illusioni…

Forse dovrò imparare a contemplare per quello che sono (e senza compatirli) anche questi sonni mascherati.

Però attenzione. Qualcuno -nascosto non so dove, e molto sveglio- ci vuole costantemente addormentati, proprio facendoci credere di essere invece lucidissimi e presenti a noi stessi. Qualcuno ci vuole omologati a un flusso di non-pensiero ben mimetizzato, spacciato per buonistica accondiscendenza a facili interpretazioni dei fatti, a schieramenti obbligati, a semplicistiche alternative (o bianco o nero).

Attenzione. In questa eventualità, non c’è sonno che tenga: bisogna solo aprire gli occhi. O anche lasciarli socchiusi facendoci credere più addormentati di quel che siamo. (Perché spesso gli occhi socchiusi vedono meglio degli occhi spalancati, colgono le sfumature). L’importante è decidere a quale categoria appartenere: se ai narcotizzati che sembrano svegli, o agli svegli che, pur sembrando dormire, continuano a sognare…

10 marzo 2023

 

 

 

Di tutto questo parleremo domani 11 marzo presso Mangiaparole, ore 18, via Manlio Capitolino 7/9 (Metro A, fermata Furio Camillo) in occasione dell’uscita del mio libretto Dormienti, Edizioni Progetto Cultura

 

 

 

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