E’ possibile che a sinistra ammettano che chi non è di sinistra non sia necessariamente un fascista? E’ possibile che a sinistra ammettano che anche un loro avversario politico (un presunto fascista) possa dire magari accidentalmente, in un lampo di illuminazione trascendentale, una cosa giusta? Ed è mai possibile che io debba plaudere a una affermazione di Roberto Vannacci e di vergognarmi di pensarla casualmente come lui su un punto specifico? Questa storia del femminicidio ha del “surreale”, per usare un termine caro alle sinistre.
E’ possibile che nessuno si accorga di quanto il “femminicidio” sia un’invenzione mediatico-demagogico-ideologica e di quanto sia in aperta contraddizione con ciò che oggi il codice penale presume oggi di tutelare, calpestando di fatto l’invocata parità di genere, analogamente alle quote rosa? Noi donne siamo state portate (ci siamo portate da sole) all’uguaglianza su tutto, vivaddio. E allora perché si reintroduce la DIFFERENZA se una donna viene uccisa? Spiegatemi perché la crudeltà del maschio che strangola la propria ex compagna dovrebbe essere superiore o diversa rispetto alla crudeltà della femmina che accoltella il proprio ex compagno. Vorrei la ragione o le ragioni, se ve ne sono, per le quali chi uccide una donna debba essere considerato più colpevole di chi uccide un uomo, ma temo che qualsiasi argomentazione riporterebbe anacronisticamente indietro le lancette della storia, al tempo in cui le donne erano considerate più deboli degli uomini. Ma non eravamo arrivati alla conclusione che NON sia così?
Perché uccidere per discriminazione di genere sarebbe più grave che uccidere per qualsiasi altra ragione? Sarebbe forse uccidere due volte? Ci sono dunque livelli “ideologici” nella crudeltà o nella violenza? E una pena maggiore sarebbe un deterrente per il maschio accecato dalla gelosia o dall’ira, tanto da inibire il suo istinto omicida? Ma il reato di femminicidio non è forse speculare, ovvero uguale e contrario, al delitto d’onore, di cui Vannacci è stato accusato di essere un nostalgico? Non testimonia forse un residuo di ineliminabile maschilismo nell’illuminato mainstream delle sinistre, ovvero una contraddizione in termini?
E’ il colmo poi quando perfino i parenti delle vittime si sentano offesi dalla esclusione di questo “nuovo” reato dal codice penale. Di fronte alla voracità spietata delle strumentalizzazioni, di qualsiasi genere e a qualsiasi titolo, nemmeno il dolore più grande può restare privato. E chi soffre per l’uccisione della propria figlia non si accorge di quanto il diritto a sfogare il proprio strazio diventi facilmente qualcos’altro. Una seconda morte per la povera vittima.
15 giugno 2026

Stefano de Marinis
Cara Laura, rispondo volentieri alle interessanti questioni che poni come segue.
Alla domanda se uccidere per discriminazione di genere sia più grave che uccidere per altra ragione la risposta è SI, lo è per il codice penale (a parte il comune sentire) che, al di là della specifica figura di reato recentemente introdotta dall’art. 577 bis del codice penale (femminicidio), già lo aveva previsto con un’apposita aggravante per l’omicidio commesso, ad esempio, nei confronti di un familiare, ascendente o discendente, o contro un ufficiale di polizia giudiziaria, per motivi abietti ecc. ecc (577 c.p.). dove, in luogo dei 21 anni d’ordinario previsti, la pena che si applica è quella dell’ergastolo.
La domanda allora è se occorresse una previsione specifica, visto che lo stesso risultato poteva ottenersi applicando la normativa vigente.
Qui la risposta è un po’ più complessa: forse gli strumenti legislativi già c’erano, ma sicuramente la descrizione specifica della fattispecie di reato “femminicidio” aiuta ad inquadrare con maggiori dettagli il caso punibile con l’ergastolo (fatto commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali) garantendo maggiore certezza al diritto ed all’applicazione di una pena che è quella massima prevista dal nostro sistema penale. Quindi la risposta è che forse non era strettamente necessaria ma senz’altro è utile. In più esisteva una domanda dell’opinione pubblica per un intervento il cui significato fosse chiaramente legibile in termini di messaggio, espressasi in un’Aula parlamentare pienamente rappresentata e largamente condivisa. Non vedrei problemi particolari, quindi, in termini di imposizione culturale o di altro tipo alla base di una legge così approvata dal Parlamento.
Sul fatto se l’introduzione del femminicidio o delle quote rosa costituiscano un passo avanti o uno indietro rispetto al fatto di garantire la piena parità di diritti tra uomo e donna, calpestando di fatto l’invocata parità di genere, è ben vero che norme di questo genere possono essere lette anche in questo modo e forse non sono la soluzione del problema (salvo vedere qual’è il problema), ma è anche vero che senza queste iniziative il processo sarebbe ancora più indietro.
Non c’è dubbio infatti che, specie per alcune attività, il ruolo della donna è mutato nella nostra società rispetto al passato. Restando agli ultimi 80 anni, dal voto alla presenza in molti campi del lavoro e delle Istituzioni, l’apporto femminile è notevolmente cresciuto (il probema da risolvere): dal guidare l’autobus alla presenza di donne ingegnere, dalla rappresentanza nei Consigli di Amministrazione delle società al ruolo di Presidente del Consiglio il contesto è oggettivamente cambiato; ciò “anche”, non solo, grazie alle leggi, alle quote rosa nei CdA, all’imposizione della parità di genere negli obblighi assunzionali per la partecipazione alle gare pubbliche ecc. ecc., tutti interventi “di sostegno” esterni. Secondo l’art.3 della Costituzione la parità di trattamento in senso sostanziale non si ottiene trattando allo stesso modo l’abile ed il disabile, bensi garantendo al disabile possibilità che altrimenti non avrebbe avuto; se l’obiezione è che la donna delle quote rosa è, in tal modo, equiparata ad un disabile o ai panda (come spesso si sente dire) la risposta è che non è un disabile né un panda ma, di certo, un soggetto a lungo escluso per principio o addirittura per legge da certe funzioni, quindi in base a vincoli che vanno rimossi (in ottica femminicidio non c’è dubbio che, salvo eccezioni, che come un tempo si diceva “giustificano la regola”, la prestanza fisica di un uomo è superiore a quella di una donna, come lo sport dimostra). In sintesi: quote rosa e reato di femminicidio sarebbero da rigettare nel mondo ideale; in quello attuale, per imperfette che siano aiutano a raggiungere la parità sostanziale.
Ultimo punto riguarda il fenomeno Vannacci: giustissima l’obiezione per cui non ci si deve vergognare di pensarla casualmente come lui su un punto specifico; anche a me capita. Ad esempio penso che abbia ragione nel dire che chi delinque in Italia e non è cittadino italiano vada riportato (aggiungo a sue spese o del governo del suo Paese) a casa sua. Dopodiché il tema è ben più ampio: il dibattito su tutto è oggi radicalizzato in modo impressionante; o sei con me o sei contro di me … anche, e sopratutto, in chiave di contrapposizione politica che non tende in alcun modo a considerare le ragioni di chi la pensa in modo differente. Colpa di chi strumentalizza tutto al fine di essere eletti generando consenso che, più o meno alla lunga, si dimostra effimero o di semplice visibilità, ad esempio i c.d. leoni della tastiera. Personalmente rifuggo questa logica.
lauradmin
Grazie dell’articolata risposta. Cui rispondo a mia volta con un’altra cartolina da Marte: https://www.lauradeluca.net/femminicidio-seconda-puntata/