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SI SALVI CHI PUO’

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La notizia che diversi tecnici e scienziati di Antropics (come forse di altre società coinvolte nello sviluppo dell’intelligenza artificiale) stiano fuggendo dai loro posti di lavoro, allarmati dalla previsione apocalittica di questo sviluppo, è inquietante e pone una domanda. Fuggono per andare dove? Su Marte, dove l’intelligenza artificiale impiegherà qualche altro anno o forse mese per raggiungerli? In qualche rifugio antiatomico? O forse da società concorrenti? O a costruire essi stessi società più consapevoli, più attente alle previste, devastanti conseguenze dello sviluppo tecnologico? O invece queste fughe rappresentano solo un gesto dimostrativo, un po’ fine a se stesso, una provocatoria testimonianza etica – l’ultima, probabilmente – dell’autonomia e della libertà del pensiero umano, un rigurgito finale di libero arbitrio prima che qualcos’altro ci estingua? Perché di estinzione costoro parlano. Di morte dell’umanità.

Dunque la notizia – e con essa il gesto – è incompleta, resta appesa, appare come una sfida pretestuosa, come un film che si interrompa al primo tempo. Costoro se ne vanno, anzi sono in fuga, si legge nei testi di agenzia, a sottolineare intenzionalmente l’inseguimento quasi spettacolare dell’uomo da parte di macchine ormai fuori controllo, cannibali incrudeliti contro il loro stesso creatore… Ma sono in fuga per andare dove? Per ripararsi dove? Per rimediare come? Una fuga fa sperare in una messa in salvo. Ma per chi, in questo caso? Solo per quelli che fuggono, corresponsabili peraltro di avere alimentato la macchina cannibale, o anche per tutti gli altri? Per qualcun altro? Per pochi eletti? Ce lo dicessero, mentre fanno le valigie. E i divulgatori di tali notizie, non dimenticassero di chiederlo, ai fuggitivi, dove pensano di riparare. E magari di dirlo anche a noi. Contro l’atomica ci sono appunto i bunker. Contro il Covid c’erano i discussi vaccini di massa. Contro l’intelligenza artificiale? Io un antidoto, piccolo, ce l’avrei, senza bisogno di fuggire su Marte, di abbandonare la mia postazione “umana”: ricordarci tutti che l’intelligenza artificiale siamo noi, l’abbiamo creata noi umani, dunque è meno artificiale di quanto appaia, ripropone in bella, o forse brutta, accelerata e disumana copia quello che siamo: l’istinto di sopravvivenza ad ogni prezzo, inclusa -ahinoi – l’eterna masisma “mors tua vita mea”, ovvero il cinico annientamento del prossimo, se annientarlo ci reca un vantaggio. Ma poiché il nostro prossimo siamo noi, l’intelligenza artificiale ci assomiglia proprio nel nostro folle istinto di autoannientamento, che già si manifesta del resto nei ghiacciai che si sciolgono, nell’aria irrespirabile, negli oceani infestati dalla plastica etc etc etc. Dunque, invece di fuggire, ricordiamoci che stiamo fuggendo da uno specchio. E non diamo colpa allo specchio. Non è uno specchio deformante. Quello che vediamo di fronte a noi, siamo proprio noi. Tra Jekyl e Hyde, il mostro non è Hyde, ma chi lo ha creato. Fuggire non basta. Bisognerebbe rimediare. Otutt’al più annientare quella parte mostruosa di noi. Qualcuno allora trovi velocemente il vaccino per il morbo di cui ci siamo ammalati: l’impossibilità di staccare la spina.

 

13 settembre 2026

Nell’immagine, Corrado Roi illustra “Lo strano caso del dottor Jekyl e di Mister Hyde”

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