Close

VOLEVO ESSERE SOLO UNA VOCE – Lettera aperta ai responsabili del Dicastero della Comunicazione al termine della mia carriera professionale

  • Home
  •  / 
  • Cartoline da Marte
  •  / 
  • blog
  •  / 
  • VOLEVO ESSERE SOLO UNA VOCE – Lettera aperta ai responsabili del Dicastero della Comunicazione al termine della mia carriera professionale

Io, fin da bambina, volevo lavorare nella radio. Essere solo una voce. Sono stata esaudita. Prima, un anno nell’emittenza privata, poi questi ultimi quaranta alla Radio Vaticana. Non era una radio qualsiasi, specie per una miscredente come me. Sì, mio malgrado io non credo in Dio. Vorrei, ma non posso. (Ho già scritto pubblicamente di questo, non ho mai nascosto nulla). Dunque avrebbe potuto essere faticoso raccontare cronache del mondo e magistero della Chiesa fingendo o sperando prima o poi di crederci. Invece, in questi quattro decenni, ho avuto l’occasione di guardare il mondo da un osservatorio privilegiato, che non era solo la Città del Vaticano, ma l’ottica cristiana in senso universale. Forse ero meno agnostica di quanto pensassi. I pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI mi hanno letteralmente addestrata a una visione della vita incentrata sul rispetto dell’uomo e sul suo bisogno, spesso inconsapevole, di trascendenza. Hanno fatto il resto gli straordinari stravolgimenti epocali, i tanti fatti di cronaca annunciati da qui, la vicinanza con colleghi provenienti da mezzo mondo, spesso transfughi da quei paesi dove la Radio Vaticana era l’unica voce libera e alternativa, a volte ascoltata in clandestinità. Oggi so che gli uomini –me compresa– hanno più bisogno di Dio di quanto non sappiano e di quanto non venga loro permesso di esprimere, spesso in nome di ideologie anche radicalmente opposte.

Dal 1982 fino al 2014 sono stata apprezzata come professionista, valorizzata in ciò che sapevo fare e in ciò che ero, cioè soprattutto una creativa e una sperimentatrice. Laurea in filosofia, baccalaureato in comunicazione, giornalista professionista dal 1986. Nono livello. I formati e le possibilità del linguaggio radiofonico li ho praticati tutti, con soddisfazione mia e riscontri positivi da parte degli ascoltatori. Sono stata spesso inviata nei viaggi apostolici di Giovanni Paolo II e ho diretto per anni una piccola redazione, prima di un programma informativo, poi di un magazine culturale. Pochissime risorse e molto entusiasmo da parte di colleghi, stagisti e collaboratori esterni, fissi e occasionali. Li ringrazio tutti per il sorriso e la generosità con cui hanno prestato i loro servizi: dietro c’era sempre una motivazione. I padri gesuiti, che fondarono la radio nel 1931 grazie al Bill Gates del tempo (Guglielmo Marconi!) e che dunque sono sempre stati all’avanguardia tecnologica, si sono dimostrati sufficientemente lungimiranti anche riguardo alle politiche editoriali e nella gestione del personale, nella cura del lato umano: certamente tutto è migliorabile, ma a loro va riconosciuto certamente il rispetto per le libertà e le inclinazioni dei singoli, sempre in un’agile tutela dell’organizzazione generale e nella disponibilità personale. Li incontravamo nei corridoi, tenevano le porte aperte, ci si poteva perfino litigare. Non mi hanno mai neppure discriminata in quanto donna, tutto al contrario. Inoltre e soprattutto, sono sempre rimasti preti, tutti o quasi, cioè uomini di Dio, con la semplicità e la solennità che questo comporta. E di questo li ringrazio tutti, in particolare il padre Federico Lombardi, il padre Andrzej Majewski, il padre Eberhard von Gemmingen, ricordando con affetto il padre Joseph Kolacek e il padre Sesto Quercetti…

Della Radio Vaticana da loro gestita però si è sempre sentito dire: macchina troppo costosa, con spese esagerate a fronte di inesistenti ricavi. La critica è ripetuta ancora oggi, particolarmente a fronte dell’attuale emergenza economica mondiale. Però ho sempre pensato – e ancora penso –  che quest’ottica miseramente aziendale non abbia niente a che vedere con la funzione evangelizzatrice di un’emittente non commerciale (anche se una maggiore ottimizzazione di spese e mansioni le avrebbe certo giovato) e perciò ho ritenuto la critica ingiusta, anzi mal posta. (A meno che non sia strumentale a tutt’altro…). In essa vedo semmai uno degli innumerevoli esempi di quanto la Chiesa stravolga la sua missione quando vuole uniformarsi al mondo, rincorrere o scimmiottare il mondo, usare le sue categorie solo per sentirsi al passo o per disporre di mezzi che rendano lecito qualsiasi fine.

Nel 2014, pochi mesi dopo l’avvio del nuovo pontificato, ecco la svolta che tutti conosciamo. “Aggressive style”, interventista, fortemente critico di tutta l’esperienza passata. Abbiamo ben sperato, consapevoli dello sforzo che ci sarebbe stato richiesto. Quanto sta avvenendo nella gestione dello Stato CV e della Chiesa universale, l’abbiamo visto infatti con inevitabile dolore anche nel nostro microcosmo: tanto è stato spazzato via, una famiglia lavorativa è stata dispersa, competenze e professionalità diventate superflue, costosi macchinari dismessi, alcuni sprechi ridotti a fronte di nuove, ingenti spese, nuovi metodi e nuove mentalità di lavoro sono state invocate, così come fusioni e scambi fra enti, istituzioni e linguaggi diversi, mentre uffici, sigle e acronimi si sono moltiplicati… Ma in cambio di che cosa? Di quale rinnovamento, di quali indicazioni concrete? A fronte di quali progetti? Alla tumultuosa pars destruens quale pars construens è seguita? Nessuna, pare. Non ancora. Che peccato.

Al principio mi sono messa a disposizione, rinunciando senza problemi alla mia autonomia, sacrificando i programmi che curavo con la mia redazione (confidando però che la stessa fine non sarebbe stata riservata alla mia esperienza) e ho salutato di buon grado l’accorpamento fra tanti piccoli gruppi di lavoro, il mio compreso, nella più vasta équipe di “105 – Radio Vaticana Italia”. Ho l’abitudine mentale – vedi sopraalla sperimentazione, ai cambiamenti. E sono anche una curiosa. Canto perfettamente da solista, ma il mio sogno è stare in un coro, suonare in un’orchestra. Purtroppo, in questi sette anni, le persone designate a riorganizzare, ai vari livelli di competenza, la grande squadra della comunicazione vaticana riveduta e corretta alla luce della riforma, non sembra siano state capaci di riorganizzare un gran che. Tanto meno di ottimizzare le risorse esistenti, di inventare un sistema sostenibile partendo da ciò che era già ampiamente a disposizione. Nessuno di noi, me per prima, ha avuto la forza di immaginare questa svolta, di ribellarsi al conformismo, a vecchie abitudini di lavoro, all’autoreferenzialità e alle diffidenze reciproche, di presentare un nuovo progetto di comunicazione globale (radio + web + stampa + tv etc) più in linea con l’evoluzione tecnologica in corso e con il cambio di passo dettato dal nuovo pontificato. Insomma nessuno di noi ci ha voluto credere, né è stato motivato o educato a crederci. Che peccato.

 

Per quanto riguarda me, nelle reiterate, macchinose quanto inutili fasi del ripensamento del nostro palinsesto radiofonico, sono stata inspiegabilmente emarginata, costretta a lottare per ritagliarmi un solitario spazio di sopravvivenza professionale e di autonomia di pensiero, a faticare per far accettare un paio di format (uno dei quali invece successivamente mi è stato chiesto di proseguire e di “insegnare” ai più giovani [1]), inascoltata nelle critiche e nei suggerimenti, respinta in offerte di collaborazione con altri colleghi in nome di mai chiariti “equilibri personali”, tradita da chi aveva promesso di sostenermi, trattata o come l’ultima arrivata copriturno-jolly-tappabuchi o come la vecchia zia che si lascia parlare più per rispetto dell’età che per oggettiva considerazione del suo pensiero…

Ho lasciato fare, bevuto fino in fondo l’amaro calice, nell’attesa che gli annunciati progetti maturassero, che tante promesse venissero mantenute, ho cercato di capire senza protestare o rivendicare nulla, rispettando i tempi presunti di gestazione della tanto attesa svolta, per “105” e per tutto il Dicastero. Per carattere non accampo mai diritti e per pudore non sbandiero i miei valori se altri non vogliono vederli. Fino a scoprire per caso  –è inelegante ricordare questo dettaglio, ma non intendo tralasciarlo adesso – che il mio nono livello, da un certo momento in poi (o forse da subito), era stato presentato “per errore” ai nuovi vertici del dicastero come ottavo (e non dall’ufficio del personale). Improvvisamente ho capito perché mi ero ritrovata sottoposta a colleghi più giovani e meno “decorati” di me, equiparata a una segretaria di redazione, trattata con la disinvoltura di cui sopra. (Capendo finalmente molto altro.) Che peccato.

Insieme ad altre colleghe, ho anche “annusato” un inedito, diffuso, anacronistico maschilismo (detesto il femminismo, ma in questo caso ho sperimentato che cosa vuol dire l’emarginazione di genere), ho visto spacciare per nuove formule di programmi trite e ritrite, cambiar di posto pretestuosamente a cose e persone solo per dare l’idea che qualcosa si stesse muovendo, ho visto sparire in prepensionamento molti coetanei, altri dimettersi per protesta, ho visto chiudere rapporti di collaborazione dall’oggi al domani, ho registrato lo sconforto di tanti giovani, demotivati, amareggiati, disorientati, sballottati da una redazione all’altra, costretti a firmare inique liberatorie riguardo eventuali rivendicazioni per pregressi periodi di lavoro mai contrattualizzati etc. Fino ad arrivare al maggio 2021, quando, nell’attesissima diretta, in occasione della visita alla nostra sede, Francesco ha posto con sconcertante scortesia quella famosa domanda: ma in quanti, davvero, vi ascoltano? Ho riconosciuto in questo interrogativo l’eterna critica, finalmente istituzionalizzata al massimo livello (benché rivolta alle persone sbagliate): troppa spesa per poca resa. Ma ho ripensato anche alle parole dello stesso Francesco all’Angelus dell’11 novembre 2018: “Dio non misura la quantità ma la qualità, scruta il cuore, guarda alla purezza delle intenzioni”. E davvero vorrei poterci credere.

E’probabile, come dite spesso voi che avete in mano a vario titolo la guida e le sorti del Dicastero, che tutti siamo ancora “in cammino”. Tutti, nessuno escluso. Nel caso non fosse solo retorica, come invece temo, non basterebbe certo a deresponsabilizzare gli autori di tanto spreco, di tanta confusione e di tanto disorientamento. Proprio perciò, sento comunque il dovere di lanciare questo grido di dolore alla fine del mio rapporto lavorativo, nella vaga speranza che, unito a molti altri simili lamenti che echeggiano nelle redazioni, nelle regie, nei corridoi, fuori al bar, in bocca a giovani e vecchi, nelle telefonate e nelle mail di ascoltatori fedeli che lamentano la perdita “della loro radio”, aiuti in qualche modo a ritrovare un po’ di lucidità e soprattutto una direzione. E dia anche un senso, perlomeno retroattivo, al nostro lavoro di tanti anni. E che, negli ultimi mesi sempre più confusi e umilianti, si è tradotto nella mia decisione di non produrre più programmi e di dedicarmi esclusivamente al salvataggio e al riordino delle trasmissioni realizzate in questi quattro decenni: un patrimonio considerevole, con interviste, voci storiche, testimonianze, contenuti, idee, perfino jam session e riprese di performances originali esterne, che rappresentano l’impegno prezioso mio e di tante persone e che davvero non vorrei veder buttato in qualche discarica. Se non abbiamo (ancora) un presente, che almeno venga messo in salvo il passato. Così sta avvenendo per fortuna grazie alla dedizione di alcuni volenterosi colleghi dell’Archivio Editoriale Multimediale, impegnati, nonostante mille difficoltà, nel salvataggio di prezioso materiale storico di tutta la radio e anche de L’Osservatore: un’impresa notevole. (Per chi, appunto, vuole vederla e sa apprezzarla.) Del resto, il rispetto della tradizione è una ripetuta raccomandazione dello stesso pontefice.

Ma perché, qualcuno potrebbe chiedere, lanciarlo pubblicamente solo adesso e non prima, questo grido di dolore, a poco più di due mesi dal pensionamento? Rispondo: perché in radio le sigle di chiusura hanno una certa dignità, evocano un minimo di attenzione. Ma anche perché si allontani il sospetto della speranza, da parte mia, di un qualche vantaggio personale nell’immediato. Non spero più in nulla, per me, salvo quanto sopra.  D’altra parte, so benissimo che in questo mio appunto ci sarà anche chi vorrà vedere solo uno sfogo gratuito ed ingrato, vigliaccamente e opportunisticamente tardivo. Che peccato.

Da bambina volevo lavorare nella radio, dicevo. Essere solo una voce. Della radio mi piaceva la povertà. Le basta appunto una voce, un rumore, una musica. Quanto è francescana la radio, nonostante tutto. Economica, volendo. Quanto è umile e rivoluzionaria nella sua semplicità. E quanto è spirituale. Quanto può insegnare anche a linguaggi e strumenti più innovativi e oggi più popolari. Ho sempre saputo fin dall’inizio, anche senza saperlo, che è il mezzo più giusto per avvicinare e insieme per arrivare lontano, per restare in superficie scavando in profondità, per consolare e insieme per denunciare, per urlare parlando sottovoce, ma soprattutto per alzare gli occhi al cielo, gridare dai tetti la Buona Notizia.

…In principio era la Parola e la Parola era presso Dio. Sì, solo una parola. Solo una voce. Eppure così tanto. Di tutto questo io avevo già bisogno senza saperlo. Di tutto questo tanta gente ha bisogno ancora oggi, senza saperlo.

 

Per concludere…

 Negli anni passati circolava tra noi della Radio Vaticana una pretestuosa contrapposizione professionale: da una parte i redattori, dall’altra i tecnici del suono, i fonici alla consolle. Quante polemiche, quanta suscettibilità, quante barricate. Mai espressa, circolava la presunzione che noi cronisti e conduttori ci ritenessimo i primi della classe, gli unici pensanti qualificati, e che i tecnici del suono fossero da noi disprezzati invece come bassa manovalanza, lavoratori di serie B. Ovviamente non era vero, ma comunque molti di loro pativano un indebito complesso di inferiorità che li portava a pretendere, a volte con toni aggressivi, il dovuto rispetto. Oggi, che la figura del tecnico alla consolle quasi non esiste più (che peccato!), la contrapposizione non è affatto scomparsa, ma i ruoli si sono capovolti: i veri primi della classe, gli unici autorizzati alla “supremazia del pensiero”, sembrano essere i nuovi tecnici informatici… E a patire assai più motivati complessi di inferiorità siamo noi redattori, analfabeti digitali guardati spesso dall’alto in basso. E così, tra i nuovi poveri della globalizzazione informatica ci siamo anche noi: giusto contrappasso segno dei tempi, visto che non è certo possibile prescindere dall’evoluzione tecnologica in corso.

Tuttavia, la prospettiva di questi nuovi poveri reclama attenzione e suggerisce un memento: quello che sta avvenendo, anche all’interno della Chiesa, sembra essere una pericolosa confusione fra il come e il cosa. Ancora e sempre presi dall’inseguimento del mondo, gli “uomini di Dio” (siano preti o laici alla guida di importanti strutture) sembrano preferire mostrarsi al passo con tecnologie e marketing anche a prezzo di dimenticare il primato del messaggio. Che non è soltanto il mezzo, come profetizzava McLuhan. Ma che, in bocca agli uomini di Dio, ci aspetteremmo fosse molto di più. Da povera “atea cristiana” (non atea devota), io ancora aspetto qualcuno che torni a diffonderlo, e magari anche ad insegnarmi a diffonderlo. Proprio a beneficio di tutte “le genti” della terra, degli ultimi in particolare, e noi per primi fra questi ultimi.

Sinceramente temo che stili innovativi, ritmi dinamici, mutamenti di mentalità, nuove tecnologie e attenzione al marketing non basteranno da soli a determinare il cambiamento, semmai ne saranno l’ effetto. E senza la comprensione sincera dell’eterna giovinezza della Buona Notizia, affascinati esclusivamente da quella che Paolo VI definiva “vernice superficiale”, appariremo solo come quelle tardone rifatte che pretendono di sembrare ragazzine, finendo per esibire proprio ciò che vorrebbero nascondere: la propria vecchiaia.

Sì, volevo essere solo una voce. Incluso l’intento di gridare che il re è nudo, il rischio di passare per voce della coscienza, grillo parlante destinato ad essere martellato o, nella migliore delle ipotesi, ignorato: lo so benissimo.

Del resto, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Nella nostra piccola storia, così come in quella grande, anzi grandissima.

Scusandomi per la lungaggine (ma c’è un tempo per la sintesi e un tempo per l’analisi), ringrazio ciascuno di voi per il grande impegno passato e futuro e vi saluto cordialmente.

Laura De Luca

CV, 25 gennaio 2022

[1] Le voci dei papi, tuttora in onda quotidianamente a loup, basato sulla valorizzazione dell’archivio di cui Radio Vaticana dispone in via esclusiva con l’immenso patrimonio di registrazioni papali, dai primi del ‘900 ai giorni nostri. Ne sono disponibili oltre 200 puntate, montate con conduzione mia e musiche. (All’inizio però la proposta fu “scoraggiata”.)